“Big 4” Story: la Gran Bretagna


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Secondo giro con la storia delle “Big 4”, le quattro grandi dell’Eurofestival, direttamente ammesse alla finale. In attesa del video ufficiale, questa è la versione definitiva di “That sounds good to me“, il brano che rappresenterà la Gran Bretagna. Lo canta Josh Dubovie, anni 20, da Londra, ed è scritto da Mike Stoke e Peter Waterman, due santoni della musica inglese anni ’80 e ’90. Il brano originale, in effetti, sapeva molto di quegli anni ed era poco contemporaneo (qui la versione che ha vinto le selezioni): secondo noi questa nuova è ancora peggio. Perchè è come quando hai un’acqua minerale molto gassata e la lasci aperta per giorni.

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C’e da dire che il confronto col pezzo dell’anno scorso, interpretato da Jade Ewen (oggi parte delle Sugarbabes) e scritto da Andrew Lloyd Webber è davvero impossibile. Il quinto posto è il miglior risultato inglese dal 2002. E anche in questo caso, gli anni d’oro sono a cavallo fra ’60 ed i ’70. Ma andiamo con ordine. L’esordio inglese è del 1957, seconda edizione, col settimo posto di “All” di Patricia Bredin.

Il primo podio invece è dell’anno seguente: il secondo posto di Pearl Carr & Teddy Johnson con “Sing Little bird”. Seguono altri quattro secondi posti fra il 1960 ed il 1965, ma è quando la Gran Bretagna decidere di far scendere in campo i nomi pesanti che arrivano i primi successi. E’il caso del 1967: Sandie Shaw era già una big del suo paese quando arriva all’Eurofestival: “Puppet on a string” vince, la canzone va al primo posto in sei paesi e la cantante scalza decolla in Europa.

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L’anno dopo “Congratulations” di Cliff Richard, uno con già anni di carriera alle spalle, arriva seconda per un punto dietro alla Spagna nella famosa vittoria “favorita” dal dittatore Franco. Nel 1969, altro successo, nell’edizione che premiò ex aequo pure Francia, Spagna e Olanda con “Boom a Bang” di Lulu, di recente usata per lo spot di una nota marca italiana di succhi di frutta.

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E nel 1970 raccoglie un secondo posto la gallese Mary Hopkins (l’anno prima seconda a Sanremo insieme con Endrigo in “Lontano dagli occhi”), con brano “Knock, knock, whos’ There?”. Fino al 1976 arrivano altri due secondi posti e un terzo (col quarto dell’australiana Olivia Newton John). Poi, appunto nel 1976, l’altro successo planetario, la mitica “Save your kisses for me” degli Brotherood of man: primo posto in sei paesi, secondo in altri due, un terzo posto, entra persino nelle charts americane,

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Si va avanti alternando podi a ottimi piazzamenti, fino alla vittoria del 1981 con “Making your mind up” dei Bucks Fizz (otto primi posti, tredici podi complessivi, entra in classifica anche in Sudafrica, Nuova Zelanda e Australia), preludio ad una lunga serie di piazzamenti alterni (anche due secondi posti), fino alla metà degli anni’90, quando arriva il successo mondiale di “Ooh aah just a little bit” dell’australiana Gina G, ottava ma candidata persino ai Grammy Awards. E preludio alla vittoria del 97 con “Love shine a light” di Kathrina & the Waves. Ultimi big inglesi in gara.

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Poi buio pesto fino al terzo posto di Jessica Garlick e “Come baby”. Ultimo risultato prima dell’anno scorso. Dal 2003 al 2008 arrivano infatti un lunga serie di figuracce epiche, compresi gli zero – leggasi zero – punti dei Jemini e “Cry baby” e l’orrenda “Flying the flag” degli Scooch del 2007. Meritava invece molto di più del diciannovesimo posto “Teenage life” di Daz Sampson. Quest’anno, probabilmente, è in arrivo una nuova colossale topica. La lezione dell’anno scorso (riportare un big, sia pure dietro le quinte), non è servita.

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Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cittadino d'Europa