Eurostorie/3: Israele e la sua scia di polemiche


httpv://www.youtube.com/watch?v=3DDLF0fQDZs 

“Che ci fa Israele all’Eurofestival? Non è mica in Europa”. Il ritornello suona forte ancora oggi, ogni volta che si parla della rassegna, citando i paesi in concorso. Nessuno che si prenda la briga (non succedeva nemmeno quando in Italia ancora se ne parlava) di andare a verificare che il bacino di utenza della Ebu va ben al di là dei confini europei, spaziando anche nel Mediterraneo. Dalle parti di Tel Aviv la rassegna è da sempre uno dei programmi di punta e hanno preso sempre seriamente le partecipazioni. Inevitabilmente però, la presenza dello stato ha suscitato polemiche in tutta l’area del Medio Oriente e del Nord Africa, dove l’Esc è irradiato e dove ci sono anche televisioni affiliate alla Ebu che hanno il diritto di partecipare alla rassegna.

Così la storia delle partecipazioni della tv israeliana alla rassegna è disseminata di ostacoli. Alcuni quasi paradossali, come il semplice ritardo nella presentazione della documentazione che le impedisce di debuttare già nel 1972 (lo farà l’anno dopo), altri ben più complessi legati anche alle vicende storico-politiche da sempre l’accompagnano. Come nel 1977, quando alla vigilia del suo debutto nel concorso, si ritira la Tunisia. Le motivazioni non sono mai state chiarite, ma le cronache narrano che la  tv tunisina non volesse competere con quella israeliana.

httpv://www.youtube.com/watch?v=rdMdZrgBfo8

BLACK OUT – Niente rispetto a quello che succede nel 1978, quando al Palazzo dei Congressi di Parigi si celebra la vittoria di Izhar Cohen & Alphabeta col brano “A-Ba-Ni-Bi”. Fra i paesi collegati in diretta c’è anche la tv della Giordania, che non riconosce lo stato di Israele: quando al momento delle votazioni è ormai delineata la vittoria dello stato ebraico, interrompe il collegamento sostituendolo con la foto di un mazzo di narcisi e non riprendendolo più. E quando si tratta di annunciare  il paese vincitore,  la tv di Amman si rifiuta di dare la notizia corretta, asserendo che l’edizione era stata vinta dal Belgio, nella realtà secondo classificato (situazione ripetuta anche da tutti gli altri mezzi di informazione giordani). Anche durante l’esibizione di Cohen quasi tutti i paesi arabi  mandano la pubblicità. L’anno dopo, nonostante la firma del trattato di pace con la Turchia, avvenuta solo cinque giorni prima del via della rassegna (che tra l’altro si svolge a Gerusalemme, città sacra ad entrambe le religioni), è la tv di Ankara a rifiutarsi di partecipare. Alla Turchia arrivano le pressioni dei vicini arabi, che prendono a pretesto la crisi petrolifera di quel periodo ed il coinvolgimento di Israele nella medesima, minacciando di cancellare le richieste di petrolio turco. Ventisei anni dopo, nel 2005, il debuttante Libano esclude Israele dalla lista dei partecipanti alla rassegna pubblicata sul sito della sua tv  e poi si rifiuta di adempiere alla richiesta della Ebu di trasmettere la canzone dell’israeliana Shiri MaimonHasheket Shenishar”, guadagnandosi tre anni di squalifica. Nel 1983 a Monaco di Baviera Ofra Haza con “Chai” riporta invece alla mente lo sterminio degli atleti israeliani alle Olimpiadi del 1972: “Israele è libero” pronunciato nella stessa città fa un certo effetto.

VIVA LA DIVA (MA NON PER TUTTI) – La vittoria di Dana International  con “Diva” nel 1998, prima cantante transessuale a partecipare all’Eurovision Song Contest apre nuove polemiche, che stavolta coinvolgono gli ebrei integralisti. Il suo albergo, dotato di vetrate antiproiettile, è guardato a vista dalla polizia e in una sua intervista rilasciata al Corriere della Sera dichiara di sentirsi offesa dal fatto che da più parti la vedano come il diavolo. L’anno dopo, quando è invitata a cantare come ospite, per sicurezza, viene dirottata dal teatro alle pendici del monte Sion. La polemica investe invece gli Eden, in gara con “Yom Hudelet”: due componenti (uno è Eddie Butler, che poi tornerà da solista) appartengono infatti alla minoranza dei Black Hebrews, duemila negri americani immigrati in Israele 30 anni prima  e non riconosciuti dai rabbini come ebrei.

httpv://www.youtube.com/watch?v=oIX0Hp5K3Z0

DI GUERRA E DI PACE – C’è da dire che un po’ Israele se le cerca. Nel 2000 il concorso di selezione è vinto dai Ping Pong  con “Sameach”. Nel video di presentazione, sventolano assieme alla bandiera nazionale quella della Siria. Una scelta dettata dal fatto che la loro è una  canzone pacifista e che in quei giorni sono in corso i negoziati di pace fra i due stati. La tv israeliana prima li ripudia, poi cerca  di impedire lo sventolio affiancato dei due vessilli. Il gruppo rifiuta, dicendo di voler rappresentare “Quella parte di Israele che vuole essere normale e vuole vivere in pace, anche con i paesi arabi. Divertirsi e non fare la guerra”. Lo stesso concetto di guerra e pace tornerà ancora più volte: nel 2007, quando il gruppo dei Teapacks rischia la squalifica perché la loro “Push the button” parla dichiaratamente dell’arsenale nucleare dell’Iran e il cantante del gruppo Amos Oz ha un bersaglio dipinto sulla schiena. Ma la canzone dice anche “Io non voglio morire voglio veder spuntare i fiori” e così la Ebu li lascia in concorso, non senza qualche polemica. Quasi a voler riparare all’episodio, due anni dopo arriverà in concorso la grande Noa, che in coppia con la palestinese Mira Awad canta “There must be another way”, dev’esserci un’altra strada (per la pace). L’ultimo capitolo. Ma sicuramente solo per adesso.


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Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cittadino d'Europa

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