Eurovision Rewind/6 – Gli anni sessanta: Napoli 1965


esc_logo_1965Voluto, inseguito, ma anche contestato, odiato, ridicolizzato. E alla fine conquistato. Nel 1965 l’Eurovision Song Contest approda finalmente in Italia, dopo la prima storica di vittoria di Gigliola Cinquetti nel 1964. L’”Eurocanzone”, come lo chiamavano ai tempi da noi, sbarca a Napoli, all’auditorium della Rai, che per l’occasione fa le cose per bene. Sul palco, a fare gli onori di casa c’è Renata Mauro, attrice e cantante che si destreggia bene con le lingue e a dirigere l’orchestra di 48 elementi più archi c’è Gianni Ferrio, una istituzione del settore. Ad accompagnare i cantanti come coro c’è Nora Orlandi con i “4+4”, altra istituzione della tv dell’epoca.

L’evento cresce, anche a livello di diffusione: sono collegati circa 154 milioni di telespettatori in diretta e oltre  ai 18 paesi in gara (debutta l’Irlanda, rientra la Svezia) sono collegati in diretta Cecoslovacchia, Ungheria, Germania Est e Unione Sovietica. La spunta una biondina francese di appena 17 anni, Marie Isabelle “France” Gall, scritturata dal Lussemburgo: “Poupée de cire, poupée de son”, scritta dal mitico Serge Gainsbourg, parte dall’ESC e diventa una delle canzoni più celebri al mondo, doppia la boa del mezzo milione di copie vendute e si issa ai vertici delle classifiche mondiali: nonostante esca anche una versione in italiano (“Io si tu no”) France Gall piazza il brano nella top 10 italiana nella versione originale: è la prima volta nel nostro paese da quando esiste l’Eurovision.

Fra l’interprete originale e le cover, la canzone è stata tradotta in 18 lingue. Oggi, a 48 anni di distanza e mentre in Francia impazza la cover che ne ha fatto Jenifer in un disco tributo tutto dedicato a lei, France Gall odia ancora il brano (non lesinando nemmeno critiche al nuovo progetto), rifiutandosi di eseguirlo in pubblico. Forse sarà perché “la bambola di cera, bambola che canta” (ma anche “bambola piena di segatura”, a simboleggiare un oggetto inanimato) protagonista del brano è la cantante stessa. O almeno così dice Gainsbourg. “I belong” della britannica Kathy Kirby è seconda, la Francia piazza Guy Mardel e “N’avoue jamais”  al terzo posto.

L’Italia schiera “Se piangi se ridi”, di Bobby Solo, fresca vincitrice di Sanremo in doppia esecuzione con The New Christy Minstrels: a norma di regolamento sarebbe ineleggibile, perché l’EBU ha spostato a Febbraio l’asticella massima per la pubblicazione dei brani e invece il brano è di Gennaio, ma l’Italia gioca in casa e così si chiude un occhio. Chiude col quinto posto,dietro a “Sag ihr ich lasses sie gussen” di Udo Jurgens: per il cantautore austriaco è una piccola rivincita sul nostro portacolori: appena due mesi prima, si erano sfidati a Sanremo e Jurgens era giunto secondo, in coppia con Ornella Vanoni col brano “Abbracciami forte”.

Conchita Bautista, di nuovo all’ESC quattro anni dopo aver segnato il debutto della Spagna,  è bella e simpatica: vince il platonico titolo di “Miss Eurocanzone”, ma la sua “Que bueno, que bueno”, chiude un po’ immeritatamente a zero punti, insieme alla tedesca UIla Wiesner con “Paradies, wo bist du?” e insieme a Belgio e Finlandia.  L’Irlanda esordisce col buon sesto posto di Butch Moore: è il primo segnale di quello che negli anni sarà un ottimo feeling della Repubblica del Trifoglio con la rassegna. La Svezia invece segna un record: non esiste ancora l’obbligo di cantare nelle lingue nazionali (sarà introdotto nel 1966) e così “Absent friend” di Ingvar Wixell è in inglese. E’ il primo brano della storia eurovisiva eseguito in una lingua non parlata nella nazione che rappresenta.  A questo link trovate il concorso intero, con commento in francese. Per approfondimenti, vi rimandiamo al libro “Good Evening Europe”. Se volete rileggervi la rubrica dell’anno scorso sugli anni 70, potete andare qui.


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Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cittadino d'Europa

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