Eurovision Rewind/1984: vince la Svezia, Alice e Battiato quinti


Due cose restano impresse nella testa dopo aver seguito l’edizione 1984 dell’Eurovision Song Contest (19 paesi in gara, senza la Grecia per scelta e Israele causa festa religiosa), ospitata dal Gran Teatro di Lussemburgo.

La prima: Desirée Nosbusch, la giovanissima conduttrice, ha appena 19 anni, eppure non sbaglia quasi niente, ma soprattutto parla in maniera fluente cinque lingue (francese, inglese, tedesco, lussemburghese, italiano) mescolandole fra di loro nel copione come se niente fosse e risultando comunque comprensibile.

A queste unisce anche un saluto in russo, visto che lo show è irradiato anche in Unione Sovietica oltreché a 500 milioni di persone nel mondo. La Rai trasmette invece di nuovo l’evento in differita, mantenendo la diretta solo in radio.

ESC 1984

La seconda: come sia stato possibile che Franco Battiato e Alice, con la loro “I treni di Tozeur” siano arrivati soltanto quinti. Solo nella parte finale del voting peraltro, l’Italia mette in sicurezza questo risultato. La canzone è nettamente la migliore del lotto, cosa che capita di rado all’ESC per i brani italiani, ma a dire il vero Battiato, raccontano i cronisti italiani sul posto, pur avendo egli stesso voluto la partecipazione, non fa nulla per rendersi simpatico alla gente e alla stampa e solo su sollecitazione del commentatore Rai, Antonio De Robertis, va sul palco senza gli occhiali neri che caratterizzavano quella fase della sua carriera.

Dieci anni dopo gli ABBA, vince “Diggi loo -Diggy ley” degli svedesi Herrey’s tre fratelli di religione mormone che colpiscono più per il loro look, e per la bella presenza, che per il brano. Vendono bene, ma non benissimo, soprattutto nel Nord Europa. “I treni di Tozeur” invece è nella top 20 praticamente dappertutto, col picco della vetta da noi ma per trovarla in un album bisogna attendere il 1985 (per Battiato) e il 1987 (per Alice).

Il pubblico lussemburghese in sala è composto, come si addice alla gente del nord. Solo una volta si scompone, al termine della esibizione delle britanniche Belle & The Devotions, la cui “Love games” è settima: un coro di “booh” si distingue chiaramente. C’è chi dice che sia la protesta per la rissa messa in atto nel novembre precedente, proprio nel Granducato, dagli hooligans inglesi dopo la mancata qualificazione per i campionati europei di calcio (nonostante i 13 gol in due gare rifilati proprio ai ragazzi lussemburghesi). In realtà forse sono fischi per la scarsissima performance: a chi sta in sala sembra che le compagne di avventura di Belle siano in realtà “doppiate” dietro le quinte dai coristi. Ed in effetti anche qualcuno in prova (gli olandesi) lo fa notare. Nella chart sono appena undicesime.

Applausi forti per quattro performance: quella degli spagnoli Bravo, la cui storia di speranza di ritrovare l’amore perduto, cantata in “Lady, Lady” dalla voce suadente di Amaya Saizar, raggiunge un meritato terzo posto, rialzando il Paese dopo lo zero dell’anno precedente; per “Terminal 3” dell’irlandese Linda Martin, scritta da Johnny Logan, che è seconda per un pugno di voti; per i danesi Hot Eyes, quarti con “Det’ lige det” davanti al belga Jacques Zegers; e per l’olandese Maribelle, la cui ballata “Ik hou van jou” è però solo tredicesima.

I Bravo fanno cassa: oltre alla vetta in Spagna sono primi in quasi tutti i paesi dell’America Latina e con la versione inglese, entrano ai vertici anche in Germania. Seguono due album e un tour di enorme successo, prima dell’incredibile scioglimento e del lancio da solista della lead singer.

Annick Thoumazeau, in gara per la Francia con “Autant d’amoureux que d’étoiles” ha una voce cristallina, modulata benissimo, al servizio di un brano antico, che potrebbe stare bene in un qualunque Eurovision del decennio prima, ma sciorina una performance di altissimo livello, ripagata però solo con un ottavo posto. In tema di ballate – e di canzoni sottostimate – la portoghese Maria Guinot si fa apprezzare con “Silêncio e tanta gente“, suonata al pianoforte.

In un’edizione votata all’uptempo  e alle canzoni orecchiabili, dove si ricorda anche una delle rare interpreti lussemburghesi doc (la giovane Sophie Carle, decima con la sua zuccherosissima “100% d’amour“), è il tonfo dello schlager classico: “Aufrecht geh’n” della tedesca Mary Roos (di ritorno dopo il 1972) è appena tredicesimo, mentre la pur orecchiabile “Einfach weg” dell’austriaca Anita è ultima staccatissima, non votata nemmeno dai vicini tedeschi. Nonostante questo, ha un ottimo riscontro in patria, dove raggiunge la vetta.

L’altra hit dell’anno è “Hengaillaan“, il tormentone del finlandese Kirka, che trascina l’album al disco d’oro e ancora oggi è uno dei brani più cantati nei karaoke nazionali. Per rileggere le retrospettive degli anni ’60 e ’70, potete andare qui. Per approfondire l’argomento eurovisivo per intero, invece, c’è un volume tutto italiano.

Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cittadino d'Europa

Una risposta

  1. Franck ha detto:

    Era la prima volta che vedevo il concorso ! E un piacere ora ritrovare le canzoni su Youtube.
    Posso capire perche ha vinto la Svezia (una delle piu moderne canzoni di quest’ edizione), ma non penso che fosse la migliore. Se Linda avesse vinto quella volta, il risultato nel 1992 sarebbe stato differente sicuramente perche verosimilmente non avrebbe partecipato…

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