Eurovision Rewind/1993: L’Irlanda vince in casa, Ruggeri dodicesimo


ESC 1993 logoL’edizione 1993 della rassegna eurovisiva si svolge a Millstreet, 1500 abitanti scarsi  ed a 60 chilometri da Cork, nell’Ovest dell’Irlanda, tuttora il centro più piccolo mai toccato. RTE aveva accettato la sfida (e i soldi) di Noel Duggan, un miliardario amico del direttore della tv e proprietario di un centro ippico, la Green Glens Arena. La logistica è quella che è, con le delegazioni alloggiate molto lontano dal luogo dell’evento e l’ambiente agreste che suscita più di un commento ironico (i giornali inglesi parleranno chiaramente di “stalla” per definire la location dell’evento), ma l’operazione riesce alla perfezione.

Lo show cresce, diventa sempre più importante e come l’Europa geografica, che modifica i confini accogliendo nuovi paesi, anche l’Eurovision deve fare i conti con il boom delle adesioni: quelle di alcuni stati della ormai ex Jugoslavia (Slovenia, Croazia, Bosnia), di un paese della ex Urss (Estonia) e di altri tre stati dell’est (Slovacchia, Ungheria e Romania). L’EBU organizza dunque una preselezione in Slovenia, vinta dai tre paesi slavi, che quindi accedono al concorso. Per gli altri quattro, debutto rinviato di un anno.

Ruggeri

L’unica a non capire quanto lo show stia crescendo, al solito, è l’Italia. Lo show va in onda sempre più tardi e sempre in differita. A questo si aggiunge che Enrico Ruggeri, selezionato dopo la sua vittoria a Sanremo, è sorteggiato anche a cantare per primo, lontano dalle votazioni. “Sole d’Europa”, è una ballata scritta e composta appositamente per la rassegna: chiude dodicesima, per il sollievo della capodelegazione italiana che aveva chiaramente detto a Ruggeri “Ti prego non vincere, è più grande dispiacere che mi potresti dare”,  evocando l’edizione 1991. Le cronache narrano di qualche dissidio di troppo fra  la delegazione Rai e  l’entourage dell’artista, che lascia l’Irlanda ancora prima del via.

Vincono i padroni di casa. Niamh Kavanagh è una impiegata di banca, in gara col permesso dei superiori: “In your eyes” precede abbastanza nettamente “Better the devil you know” della britannica Sonia Evans e “Moi, tout simplement” della diciottenne canadese in quota svizzera Annie Cotton. E’ una edizione che lancia alcuni artisti destinati a carriere lunghe e luminose.

Come ad esempio Patrick Fiori, il giovane corso di origine armena ripescato dalla Francia dopo che i Pow Wow, avevano eseguito il loro brano “Le chat” in pubblico prima della rassegna (allora dovevano essere inediti): “Mama Corsica”, con il ritornello nella lingua dell’isola, è un grande inno alla sua regione e chiude ottimo quarto. Somiglia terribilmente a “Le rital”, l’inno dell’italiano all’estero inciso dieci anni prima dal cantautore italo-belga Claude Barzotti, ma stranamente nessuno sembra accorgersene. Oggi Fiori è uno dei best selling artist di Francia con in carniere anche un disco di diamante.

Patrick Fiori

L’Eurovision serve poi a rilanciare (in patria) i  Munchener Freiheit, che vi arrivano con dopo dieci anni di carriera partita alla grande e poi declinata ad inizio decennio: “Viel zu weit” è solo diciottesima, loro sono ancora in attività con ottimo successo. “Hombres” (undicesima), resta invece l’unica prova della spagnola Eva Santamaria. Per l’ultima volta si allinea al via il Lussemburgo, coi Modern Times (ventesimi), mentre il Belgio schiera Barbara Dex che oltre a chiudere ultima farà discutere per il suo outfit, che anni dopo darà il nome al premio eurovisivo per gli artisti peggio vestiti.  La Grecia si conferma di qualità, anche se “Ellada Chora tou fotos“, di Kati Garbi è solo nona. Per rivedere l’edizione, andate qui. Se volete approfondire, vi consigliamo la lettura del libro “Good Evening europe“: a breve fra l’altro arriverà la nuova edizione, ancora più ricca.

Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cittadino d'Europa