Eurovision Rewind – 1996: l’ultima Irlanda non riesce a sfondare


La Norvegia che aveva interrotto il dominio irlandese del decennio porta finalmente l’Eurovision Song Contest nella capitale Oslo, allo Spektrum, un’arena polifunzionale inaugurata sei anni prima. Come esattamente dieci anni prima a Bergen, l’organizzazione fa onore alla proverbiale precisione scandinava e per sovrappiù a condurre l’evento, insieme con Ingvid Blyn c’è un signore divenuto cantante solista da appena due anni, dopo aver venduto circa 70 milioni di milioni di dischi con una delle band più famose della new wave europea: Morten Harket, ex leader degli A-Ha.

Eimear Quinn

L’Italia non c’è, chiusa nel suo guscio italo-centrico e la sua assenza quasi non fa notizia. Molto più rumore suscita l’assenza della Germania, figlia di un regolamento speciale mai più ripetuto: l’EBU vuole infatti solo 23 paesi in concorso, ma fuori della sua porta c’è la fila. Eliminato il crudele meccanismo che esclude le ultime sei dell’anno prima, NRK e l’EBU optano per una preselezione interna: una commissione ascolta tutti i brani (tranne quello della Norvegia padrona di casa, unica ammessa di diritto per ovvie ragioni) e ne scarta sette. Fra questi, c’è “Planet of blue” di Leon, della Germania, il primo degli esclusi.

Uno dei paesi dove l’Eurovision fa più ascolti, ma soprattutto il paese maggior contribuente dell’EBU che resta fuori. Facile immaginare la reazione anche degli altri paesi big, spaventati da questa eventualità futura. Anche per questo motivo, dall’edizione seguente, l’EBU varerà un nuovo regolamento, che da qui in poi negherà l’accesso all’edizione successiva ai cinque paesi con la media punti più bassa nelle ultime cinque edizioni (di questa edizione ne usciranno tre soli, per salire a 25 brani).

Vince l’Irlanda, per la quarta volta in cinque edizioni, con uno dei brani campioni più scarsi di sempre: “The voice”, che prosegue il filone della musica celtica inaugurato l’anno prima è cantato dalla giovane studentessa Eimear Quinn. Il pubblico in sala dissente: preferisce nettamente “I evighetdei padroni di casa norvegesi cantato da quella Elizabeth Andreassen che aveva vinto dieci anni prima con le Bobbysocks e che invece è seconda (parecchio lontana) Così la sala comincia a svuotarsi ancora prima del bis di rito. “The voice” vende bene solo in patria, dove è terza, ma l’album che dovrebbe lanciare la Quinn vende poche migliaia di copie e l’artista – tuttora attiva – torna rapidamente nell’anonimato.  Al terzo posto si piazzano gli  One More Time con “Den Vilda” per la Svezia. Una delle componenti, Nanne Gronwall, è ancora oggi famosissima, quello al piano diverrà poi suo marito ma soprattutto, è il figlio di Benny Andersson degli ABBA.

La vera favorita per la vittoria finale però era un’altra, la ventiseienne australiana Gina G, che con la sua carica di sensualità e il suo brano a tutta dance “Ooh ahh just a little bit” è in corsa per il Regno Unito. Assoldato uno dei maggiori producer del tempo, i britannici erano venuti chiaramente per sbaragliare il campo e “dare una scossa di gioventù al concorso“: devono accontentarsi di un miserrimo (per il brano, che oggettivamente aveva tutto per vincere) ottavo posto.Ma per Gina G è l’avvio di una luminosa carriera: sfiorerà il Grammy Award per la miglior produzione dance ma soprattutto fa piazza pulita degli altri nelle charts in diversi paesi (Giappone, Cina e Australia compresi), piazzandosi poi negli altri quasi dovunque in top 5 o top 10. Curiosamente, Gina G arriva in Italia due anni dopo: questo brano è completamente ignoto al pubblico italiano che invece apprezzerà molto gli altri suoi singoli “Fresh” (album disco d’argento nel Regno Unito) e “Ti amo“, anche grazie a video che non lasciano spazio all’immaginazione.

Anonimi gli altri big: la Francia prosegue il filone della sperimentazione proponendo le sonorità tradizionali bretoniESC 1996 logo (in lingua) di Dan Ar Braz et L’Heritage des Celtes (peraltro con un’irlandese e due britannici nel team) ma “Diwanit bugale” è sin troppo raffinata per il contesto e chiude diciannovesima giusto davanti alla Spagna di Antonio Carbonell e “Ay que deseo”. Giù dal podio (davanti all’Estonia) c’è ancora una volta un pezzo croato: “Sveta Ljubav” di Maja Blagdan è di grande atmosfera e consolida la carriera dell’artista. Da esordiente, spicca invece il volo la portoghese Lucia Moniz: “O meu coração não tem cor”, sesto, è tuttora il miglior risultato del paese e darà il via ad una carriera che la vede tuttora cantante poliedrica e poliglotta ma anche attrice di successo.

Il quindicesimo posto non scalfisce la carriera di Kasia Kowalska, già allora una delle best selling polacche (1 milione di copie), si ferma invece quella della greca Mariana Efstratiou, arrivata a Oslo come una delle più esperte (è al secondo tentativo dopo il 1989) e finita appena quattordicesima. La carovana eurovisiva riparte, destinazione Dublino: ad oggi è l’ultima volta della storia del concorso.Per rivedere l’edizione, andate qui. Se volete approfondire, vi consigliamo la lettura del libro “Good Evening europe: a breve fra l’altro arriverà la nuova edizione, ancora più ricca.

Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cittadino d'Europa

5 Risposte

  1. pointless_nostalgic ha detto:

    The Voice è un pezzo grandioso, altroché! Di un artista straordinario quale Brendan Graham.
    Il pubblico andava via perché il contest stava prendendo una direzione ben precisa, verso la musica folk e etnica… e so per i racconti di chi c’era che tra i fan storici questa svolta non era per nulla amata… purtroppo il telefoto avrebbe ribaltato tutto da lì a poco…
    Rimpiango quegli anni irish, davvero ricchi di musica di grande spessore.

  2. escfan ha detto:

    Adoro The Voice ! :)

  3. Boris ha detto:

    Ooh Aah Just A Little Bit fu trasmesso molto dalle radio italiane ancora prima della finale di Oslo. Entrò persino in classifica su Radio Capital, allora sotto la direzione di Cecchetto e votata alla musica giovanile, e Discoradio.

  4. Tiziano ha detto:

    Mi sento di dissentire su “The voice” come “uno dei brani campioni più scarsi di sempre”. Sinceramente è fra le canzoni vincitrici che più apprezzo in assoluto e per gli amanti del genere si tratta di una piccola perla in fondo. Ognuno ha i propri gusti, certo, ma ritengo che nella storia delle canzoni vincitrici all’ESC questa sia ben sopra la media.

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