Eurovision, politica e società civile: ecco le canzoni che hanno fatto discutere


La canzone sulla deportazione dei Tatari di Crimea, che Jamala porterà in concorso per l’Ucraina riaccende un tema sempre caldo, quello di Eurovision e politica. Perché nonostante il regolamento vieti qualunque riferimento alla politica, in tanti, nel corso degli anni, hanno toccato argomenti politici, in qualche caso sfiorando la squalifica. Al netto di altri episodi che hanno visto protagonisti i cantanti e le esibizioni e concentrandoci invece solo sulle canzoni, il campionario è lungo.

1975 – “Madrugada” – Duarte Mendes (Portogallo). Il Portogallo è una fresca democrazia e il brano è una chiara esaltazione della rivoluzione dei Garofani che l’anno prima aveva rovesciato il regime salazarista. L’alba del titolo è quella del Portogallo rinnovato. Duarte Mendes avrebbe voluto presentarsi sul palco con l’uniforme militare e imbracciando un fucile, ma gli viene vietato. Sedicesimo posto su 19.

1976 – “Panaghia mou, panaghia mou” – Mariza Koch (Grecia). Nel pieno della crisi greco-turca, culminata con l’occupazione (tuttora in atto) della parte Nord dell’Isola di Cipro da parte della Turchia, Mariza Koch canta delle bombe turche al napalm che hanno squarciato Cipro e distrutto le case e la vita della gente. E se il titolo greco ha un significato patriottico (“La mia madrepatria”), quello inglese è ben diverso (“La morte di Cipro”). La Turchia non c’è, restituendo lo sgarbo ai greci, che l’anno prima si erano ritirati in protesta contro il loro debutto. Tredicesima su 18.

1989 – “Conquistador” – Da Vinci (Portogallo). Più che una canzone politica, è una canzone patriottica anche se il testo è una esaltazione della politica coloniale lusitana e del ruolo avuto dal Portogallo per i paesi colonizzati. Sedicesimo posto su 22.

2000 – “Sa’me ‘akh” – Ping Pong (Israele).  Primo e sin qui unico caso di canzone “disconosciuta” dalla stessa tv che l’ha mandata, quella israeliana. Perché in quei giorni sono in corso i difficili negoziati di pace fra Israele e Palestina  e la loro performance – sul finale del loro canto di pace – prevede lo sventolìo affiancato delle bandiere di Israele e della Siria, che non riconosce lo stato israeliano e dava supporto alle milizie palestinesi e di Hezbollah. La tv israeliana si infuria e tenta di farli squalificare. Non ci riesce e allora prima invia un fax per invitarli a non sventolare le bandiere e visto il diniego, li ripudia dicendo che “potranno partecipare, ma a titolo personale, senza rappresentare la tv, pagandosi la partecipazione“. Arrivano terzultimi e una campagna di stampa contraria affossa il loro album che nonostante l’enorme successo del singolo, vende appena mille copie.

2005 – “Razom nas bahato, nas ne podolaty” – Greenjolly (Ucraina). Quale occasione migliore che l’Eurovision ospitato in casa – per l’Ucraina che vuole la democrazia – per “tirare” la volata a chi si batte per questo scopo? I Greenjolly vincono a sorpresa la selezione, con questo brano, originariamente scritto in ucraino con chiari riferimenti al candidato presidente Viktor Yushenko, con l’intento di sostenerlo: è infatti l’inno non ufficiale della “Rivoluzione arancione” contro i brogli delle presidenziali, vinti dal filorusso Yanukovich. Lo stesso titolo è di fatto un’adattamento di “El pueblo unido jamas sera vencido”, l’inno dei cileni di Unidad Popular negli anni ’70. All’Eurovision arriva in inglese, depurata del nome di Yushenko e dei riferimenti più espliciti. Diciannovesimi.

2007 – “Push the button” – Teapacks (Israele). Il testo, pur non nominandolo mai, è un chiaro riferimento all’arsenale militare dell’Iran e alle bombe lanciate su Israele. Il “Regno cattivo cattivo” fatto di “governanti pazzi con tecnologiche volontà di fare del male” è chiaramente quello iraniano ed è per questo che sono a rischio squalifica sin quasi a ridosso del concorso. Li salva, probabilmente, la frase “Non voglio morire, voglio veder spuntare i fiori“. Escono in semifinale.

2009 – “We don’t wanna put in” – Stephane & 3G (Georgia). Canzone squalificata. Nel 2009 il concorso passa da Mosca e in piena guerra civile per il controllo della regione filorussa dell’Ossezia Meridionale, la Georgia si presenta al via con un brano dal titolo equivoco, nel quale la tv russa individua chiaramente la volontà di attaccare il leader russo Vladimir Putin. Alla richiesta di cambiare canzone, la Georgia – che si era iscritta all’ultimo inizialmente rifiutandosi di partecipare ad un concorso in terra russa – risponde di no, ritirandosi.

2010 – “Eastern european funk” – Inculto (Lituania). Rischiano lungamente la squalifica anche gli Inculto che nella loro canzone fanno riferimenti chiari – senza però citarli – ai russi e alla loro politica: “Siamo sopravvissuti ai rossi e a due guerre mondiali” e “Noi laviamo i vostri piatti e costruiamo le vostre case perché le vostre mani restino pulite, ma non ci considerate uguali a voi“. Restano in gara, ma escono in semifinale.

2010 Apricot stone” – Eva Rivas (Armenia). Dietro un testo patriottico (il nocciolo d’albicocca è il simbolo dell’Armenia) si nasconde in realtà un testo politico, ma nessuno se ne accorge. Nemmeno l’EBU. Eva Rivas però, parlando ai fan li esorta a votare per lei “per non far vincere Azerbaigian e Turchia” e la ministro Anush Hakobyan parlando ai media nazionali sulla canzone è chiarissima. “E’ giunto il di nuovo il momento per l’unificazione e la vittoria (…). Il nocciolo dell’albicocca è solo nostro e la diaspora raccoglierà i frutti degli investimenti“. Sarà settima.

2011 – “A luta è alegria” – Homens da Luta (Portogallo). E’ il brano che maggiormente ha rischiato la squalifica in tempi recenti ed a salvare il gruppo è probabilmente la natura ironica delle sue produzioni, questa compresa. Sebbene fuori dal palco non nascondano le proprie preferenze politiche, gli Homens da Luta non fanno alcun riferimento a partiti politici, parlando nel testo genericamente di “popolo” e “lotta”. Tutta l’esibizione è un chiaro rimando alla citata Rivoluzione dei Garofani e una “rievocazione” delle lotte operaie del tempo. Prova ne sono i garofani all’occhiello e il numero 74 dietro la schiena… Fuori in semifinale.

Genealogy2015 – Face the shadow – Genealogy (Armenia). Per ricordare i 100 anni dal genocidio degli armeni da parte dei turchi e la seguente diaspora, la tv di Erevan mette insieme un supergruppo di sei solisti di origine armena ma provenienti da vari paesi del mondo che cantano una canzone sull’argomento. Il titolo è “Don’t deny” (non negare) e gli azeri, popolazione turcofona, prima fanno palesare possibili squalifiche e poi chiedono (e ottengono) il cambio del titolo: come è noto i turchi non considerano genocidio quella vicenda, sostenendo che ci sono stati anche molti morti fra i loro connazionali. In finale arrivano sedicesimi.


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Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cittadino d'Europa

2 Risposte

  1. Fecop ha detto:

    Come sempre un bellissimo articolo! Complimenti!

  2. Franco ha detto:

    E “Insieme”?

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