Eurovision, 30 anni fa l’ultima vittoria italiana con Toto Cutugno e “Insieme: 1992”

“Quando hai finito vieni via subito, non facciamo nessuna intervista, tanto non interessa a nessuno”. Talmente a nessuno che quel 5 maggio di 30 anni fa, la Rai trasmetteva in differita a tarda ora e l’ANSA, unica altra testata nazionale, nemmeno c’era.

Arrivò alla Vatroslav Lisinski Arena di Zagabria in fretta e furia da Trieste, quando ormai era chiaro che stava accadendo l’imprevedibile: Toto Cutugno si avviava a vincere l’Eurovision Song Contest, per giunta con un brano scritto in due giorni fra una puntata di Piacere Rai Uno e  l’altra.

Un brano che punta dritto alle corde chi stava accarezzando il sogno dell’Unione Europea, il cui trattato di istituzione verrà siglato appunto due anni dopo, a Maastricht, nei Paesi Bassi. Il solo che riusciva davvero, in una edizione quasi monotematica.

“Insieme: 1992” è l’ultima vittoria dell’Italia all’Eurovision, la seconda dopo “Non ho l’età” di Gigliola Cinquetti nel 1964. La Rai era già in modalità disinteresse, ma non l’artista toscano, chiamato a rappresentare l’Italia dopo la rinuncia dei Pooh vincitori di Sanremo (“Li ringrazio, perché senza di loro oggi non sarei qui”, dirà poi a caldo): racconta chi c’era che fece provare e riprovare più volte, dicendo che l’orchestra sbagliava.

Intanto però quel ritornello accorato e quell’arrangiamento epico esaltati da una gestualità accentuata ed intensa, entravano nelle orecchie delle giurie di tutta Europa: “Era chiaro che corresse per vincere, perché tutti canticchiavano il ritornello anche nelle prove. Lui poi era molto bravo a fare spettacolo anche in quel momento. E nella vittoria credeva molto”, aveva raccontato a noi Peppi Franzelin, commentatrice della Rai in una intervista.

Cutugno vince, da solo, prendendosi tutte insieme le rivincite di una vita da secondo e  al momento della proclamazione, decide di festeggiare passando fra le sedie della platea, anticipando il gesto di Benigni agli Oscar. Vince in una Yugoslavia nella quale in lontananza si sente  già l’eco delle bombe di una guerra alle porte: uno dei suoi coristi – gli sloveni Pepel in Kri, in gara nel 1975 – nel conflitto perderà anche la vita di lì a poco.

La canzone, nonostante questo, è pressoché sconosciuta in Italia (si ferma al dodicesimo posto in classifica), ma amatissima all’estero: vende molto bene e contribuisce a incrementare la popolarità oltreconfine di Cutugno, che da allora non ha praticamente mai smesso di cantare in mezzo mondo: “E ad ogni concerto me la chiedono ancora”, raccontò l’artista al vostro cronista per il libro sulla storia dell’Eurovision Good Evening Europe.

“L’Europa non è lontana, c’è una canzone italiana, per voi”. Un testo nello stile di Cutugno e quindi a tratti forse retorico e ridondante, ma che ancora oggi a trent’anni di distanza, toccano il cuore di chi, come lo scrivente, crede fortemente nel sogno possibile di una Europa veramente unita e che a suo modo – con una doppia lettura – ci riporta ad Eurovision, Europe Shine a light, lo show che sostituirà l’Eurovision, cancellato dalla pandemia da Coronavirus e che andrà in onda il 16 maggio alle 21 anche sulla Rai.

Oggi come allora, c’è una canzone italiana fonte di ispirazione: è Fai rumore di Diodato, la cui esecuzione dai balconi italiani ha dato l’idea per lo show.  Oggi come allora, l’Europa non è lontana,  ma è tenuta insieme dalla sofferenza e dal dolore che sta provocando il virus, dalla crisi che ne deriverà e dalla prova a cui l’altra Europa, quella politica ed economica, sarà chiamata.

Un percorso, che anche grazie all’Eurovision e quest’anno allo show che lo rimpiazzerà, sarà scandito a tempo di musica. Anche per questo, a 30 anni di distanza, quell’inciso possiamo gridarlo ancora più forte: “Insieme, Unite Unite Europe”.


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Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cittadino d'Europa

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