Nicola Caligiore: “Vi racconto i miei 9 anni di Eurovision Song Contest”. L’intervista esclusiva


Lo scorso 2 dicembre abbiamo ricordato sulla nostra pagina Facebook come nella stessa serata, ma di dieci anni fa, veniva confermata l’iscrizione dell’Italia all’edizione 2011 dell’Eurovision Song Contest, il primo tassello di un ritorno in grande stile che ha fatto la gioia di tanti appassionati di questo evento, che continua ad attrarre giovani e meno giovani.

Per ripercorrere questi anni di partecipazioni, non potevamo non contattare il nostro ormai ex capodelegazione Nicola Caligiore per una lunga chiacchierata piena di ricordi, fatti e qualche aneddoto.

Innanzitutto bisogna tornare indietro a quel 2010 dove tutto è di fatto cominciato, un anno che tra l’altro ha visto la nascita di Eurofestival News, l’unico media online italiano che il 6 settembre riportò le parole dell’allora direttore di Rai 2 Massimo Liofredi (in occasione della presentazione di X-Factor) che anticipava il nostro possibile ritorno:

Ma c’è anche un’altra possibilità quest’anno – ha detto il direttore di Raidue Massimo Liofredi – il vincitore potrebbe partecipare al festival europeo della canzone internazionale.

Quel festival europeo della canzone internazionale altro non era che l’Eurovision e il giorno successivo siamo riusciti infatti ad averne conferma, riaccendendo la speranza di un possibile ritorno che si è concretizzata di fatto il 2 dicembre successivo.

Non ci resta che chiedere direttamente a chi ha vissuto tutto questo in prima persona. Nicola, raccontaci come tutto è nato… 

A fine 2010 iniziai a lavorare nelle Relazioni Internazionali, avevo prima un altro ruolo in Rai e il direttore di allora – Marco Simeon –  si incuriosì dell’Eurovision.

Lavorando molto con l’EBU (European Broadcasting Union) ed essendo l’Eurovision un progetto di punta e molto promosso negli incontro EBU, iniziammo a lavorare per capire se si poteva tornare a partecipare.

Iniziò così un lungo lavoro di riavvicinamento della Rai che poi terminò con la nostra partecipazione all’edizione 2011, tenutasi a Dusseldorf (Germania).

Come è stato accolto il rientro dell’Italia in gara, dopo così tanti anni di assenza?

C’era moltissima curiosità, moltissima attesa del nostro ritorno e devo dirti che a volte mi sono trovato anche un po’ spiazzato, perché mi son trovato di fronte ad un mondo che era estremamente rodato nei meccanismi, dove quasi tutti i paesi partecipanti erano ben preparati, ed io in Rai, dopo tantissimi anni di assenza nel progetto, non avevo più nessuno a cui chiedere come questo prodotto funzionasse, tutte le logiche etc., per me è stato quindi abbastanza un salto nel buio.

Mi sono trovato di fronte una marea di colleghi che erano entusiasti di avere l’Italia in gara, un calore e una emozione inaspettata. È stato incredibile come siamo stati accolti. Ma c’era anche un rovescio della medaglia: una marea di cose su cui io non sapevo dove mettere le mani, ma grazie a molto lavoro e al supporto dei colleghi ne siamo venuti a capo e anche bene.

Hai un aneddoto o una curiosità che vuoi raccontarci dell’anno in cui l’Italia è tornata in gara?

Mi ricordo quando ci fu la mia prima riunione con la comunità dei capidelegazione, a marzo 2011: mi presentai in giacca e cravatta abituato – per il tipo di lavoro che facevo in Rai – ad incontri sempre molto istituzionali e mi guardarono come fossi un alieno, perché tra tutti il più elegante forse aveva una polo.

Ci fu poi un momento bellissimo, sicuramente emozionante: a turno ognuno si alzava in piedi e si presentava. Quando toccò a me – “Sono Nicola Caligiore, il capodelegazione dell’Italia…” – tutti si alzarono in piedi e iniziarono ad applaudire. Non per me naturalmente, il tutto era simbolico e legato al nostro ritorno.

Era palese di come ci fosse una certa emozione nel vedere tornare l’Italia in questa grande famiglia, un ritorno che era attesissimo. Erano anni che provavano a far tornare l’Italia, ma senza esito.

Non fu comunque tutto rose e fiori il primo anno, giusto?

Ricordo una grandissima confusione nella testa, anche perché la Rai e io stesso, avevamo sottovalutato quanto fosse complessa la macchina organizzativa dell’Eurovision, ritrovandomi lì da solo con la Sugar (l’etichetta di Raphael Gualazzi, nostro rappresentante nell’edizione 2011).

E posso dire anche meno male che c’era la Sugar! Non posso che ringraziare tutta la squadra, persone fantastiche: Alessandro Ragni, Francesco Pasquero e Caterina Caselli, perché mi hanno aiutato e soprattutto hanno un po’ sopperito al fatto che la Rai era andata lì sottodimensionata. Di fatto ero solo.

Per fortuna le cose sono comunque cambiate, no? 

Negli ultimi anni la delegazione Rai è cresciuta, arrivando anche a 10/15 persone, quindi all’inizio ho dovuto fare il lavoro di molte persone non tanto perché la Rai non avesse voluto investirci, ma perché non sapevamo a cosa andavamo incontro e di cosa c’era realmente bisogno. Io ero entrato da poco in Rai e non avevo questa grandissima esperienza, quindi all’inizio è stata un po’ dura, ma in qualche misura ne sono venuto a capo.

E poi è arrivata la mega sorpresa: nelle votazioni finali Raphael Gualazzi volò nei voti delle giurie e arrivò secondo, creando un certo “panico” in Rai

Sì c’è stato il panico del primo anno, perché ci siamo trovati di fronte ad una edizione particolarmente importante, fatta in uno stadio che per l’occasione fu coperto con una tensostruttura, insomma, la Germania investì e anche tantissimo nell’evento.

Quando raccontai internamente in Rai queste cose, si creò un leggero panico perché da noi questo prodotto era completamente sconosciuto. Parliamo di un evento che andava su Rai 2 e faceva il 6% di share (qui i dati anno per anno), facendo nascere qualche dubbio in caso di vittoria.

Chiaramente all’inizio c’era qualche perplessità rispetto ai costi-benefici di questa operazione ed era comprensibile.

Dubbi che sono presto spariti, giusto?

Sì, per fortuna sì e questo ci tengo a precisarlo: negli ultimi anni la Rai non ha avuto alcun tipo di remora a vincere: eravamo prontissimi. La cosa probabilmente avrebbe creato un po’ di discussioni interne, visto che parliamo di cifre importanti, ma non c’è mai stato alcun dubbio sull’ospitare il concorso.

Le voci che giravano, anche tra i discografici, sulla Rai che non voleva ospitare Eurovision erano assolutamente infondate.

Sostanzialmente un grande colpo di fortuna, pensando alla prima partecipazione dell’Italia e al fatto che quasi nessuno ricordava più questo evento?

È stato un bellissimo modo di iniziare, “col botto” come direbbero a Roma! La Sugar era molto consapevole dell’opportunità che l’Eurovision rappresentava per Raphael e lavorò davvero bene per promuoverlo.

E gli altri anni sono stati un po’ meno fortunati?

Nella maggior parte dei casi è sempre andata molto bene. Forse qualche anno abbiamo avuto artisti che avevano un entourage più complesso, con cui la sintonia era meno forte, ma credo faccia parte della natura umana. Certamente questo è un aspetto determinante, perché si tratta di due settimane molto intense e, quando non si crea un clima di fiducia e rispetto reciproco, è tutto più faticoso.

Tra tutte le edizioni che hai seguito in prima persona dal 2011 allo scorso anno, ce n’è stata qualcuna particolarmente complicata/difficile?

Edizioni particolarmente difficili direi nessuna. Ci sono stati anni in cui si è stati più in sintonia con il team che l’artista porta, anni un po’ meno. Ma in generale ho sempre avuto la fortuna di lavorare con delle persone molto professionali e da cui ho imparato anche molto.

A livello invece di artisti, di nostri rappresentanti, hai qualche ricordo particolarmente piacevole?

Ho dei bellissimi ricordi di quasi tutti, ho avuto la fortuna di lavorare con artisti straordinari: il senso di stupore (per la macchina eurovisiva) di Raphael, la grinta e senso del lavoro di Emma, la professionalità dei ragazzi de Il Volo, l’incredibile umanità di Gabbani

Uno degli anni più divertenti (e surreali) è forse stato con Nina Zilli: in Azerbaigian, in un paese molto diverso da quelli occidentali, con un’organizzazione assurda e con un investimento enorme con cui hanno di fatto ripulito l’immagine di una città e di un intero paese.  Nina è una forza della natura, ci fece divertire come matti!

A Baku in quelle settimane avevano ridipinto persino le facciate dei palazzi, sembrava di stare in un enorme set cinematografico. Per non parlare dell’Arena (la Baku Crystal Hall) costruita dal nulla in un solo anno.

Molti non sanno che il ruolo di capodelegazione non si limita solo ad accompagnare il proprio rappresentante nella settimana dell’evento… 

Esattamente. Il rapporto con le delegazioni è molto forte, ci si sente praticamente durante tutto l’anno per tante questioni lavorative e organizzative, non solo nei giorni che precedono l’Eurovision.

Quanto è cambiato l’Eurovision negli anni, in particolare dal nostro ritorno?

Va detto che noi abbiamo avuto la fortuna di iniziare praticamente da zero e in un anno in cui il concorso ha iniziato una bella trasformazione (praticamente da Dusseldorf in poi). Ha cambiato volto e la percentuale di cose volutamente trash è molto diminuita.

L’Eurovision musicalmente e produttivamente è migliorato molto dal 2011 in poi ed è iniziato ad essere preso più sul serio da tutti i paesi, grazie anche al lavoro fatto da Jon Ola Sand (Executive Supervisor proprio dal 2011).

Noi abbiamo avuto la fortuna di iniziare in questa fase, creando una percezione molto buona nel pubblico medio italiano. Gli altri paesi purtroppo hanno vissuto una lenta agonia del concorso che c’è stata tra fine anni ’90 e la prima decade del 2000, quando si faceva grande festa, grande show e grande divertimento, ma di fatto musicalmente la qualità era abbastanza discutibile.

Quindi capisco le difficoltà delle delegazioni dei Big 5 a convincere i grandi artisti a partecipare.

La questione dei Big 5 (Regno Unito in testa): possibilità di poter scegliere nomi di un certo calibro e poi portare all’Eurovision dei quasi sconosciuti. Dacci il tuo punto di vista.

Per alcuni dei Big 5 possiamo dire che si sono ritrovati un po’ in quelle situazioni da “il gatto che si morde la coda”. Nel senso che paesi come ad esempio il Regno Unito, hanno sempre avuto difficoltà a portare un artista di un certo calibro: quando ti piazzi ripetutamente agli ultimi posti della classifica e poi i media e la stampa ti massacrano, giustamente i grandi nomi ci pensano due volte prima di mettersi in gioco e si domandano “ma chi me lo fa fare?”.

Capisco quindi la difficoltà che hanno avuto e hanno tutt’ora certi paesi appartenenti ai Big 5.

A noi per fortuna è andata decisamente meglio (almeno fino ad ora…).

Noi da questo punto di vista abbiamo avuto la fortuna di costruire un percorso diversamente, partendo da zero e soprattutto avendo la fortuna di passare da Sanremo, che comunque ti genera un meccanismo in cui il vincitore normalmente piace al grande pubblico televisivo e va detto che chi ha vinto Sanremo è sempre andato abbastanza bene all’Eurovision.

Tornando al nostro ritorno in gara: tra i tanti colleghi europei, non ti hanno mai chiesto come mai questa lunga assenza?

Me lo hanno chiesto in tanti e la mia risposta è sempre stata una sola: non lo so. Non so perché nel ’97 si decise di non partecipare più. Forse perché a fine anno ’90 il concorso aveva perso il suo appeal o era diventato meno interessante come prodotto televisivo.

Ai tempi probabilmente era un problema anche una eventuale vittoria, ma non lo so con certezza, perché in Rai non sono mai riuscito a parlare con nessuno che in quegli anni avesse vissuto l’Eurovision in prima persona. Quando sono arrivato io non c’era più nessuno che avesse la più pallida idea di come funzionasse l’Eurovision, si era creato una specie di oblio in relazione all’evento.

Parlando invece di brani portati in gara dai nostri rappresentati, qual è quello che hai preferito tra tutti?

Sono sincero, non ho un brano preferito, per un motivo molto semplice, abbiamo portato delle cose talmente diverse tra loro che secondo me paragonare ad esempio Soldi di Mahmood con Grande Amore de Il Volo non ha molto senso dal punto di vista musicale.

Diciamo che Soldi è uno dei pezzi che ho trovato più moderni e forse tra quelli più adatti per l’Eurovision, un brano “fresco”, devo dire che mi è molto dispiaciuto non abbia vinto.

Mahmood aveva tutte le carte in regola per vincere: un brano che raccontava una storia interessante in un momento storico particolare, specialmente per l’Italia. Tra l’altro rappresentava benissimo tutti quegli italiani e europei con un background misto o di seconda generazione, che potevano sentirsi rappresentati da un personaggio come Alessandro.

Ha portato un bel messaggio, una bella narrativa, peccato… bene ma non benissimo come meritava. Mahmood ci credeva molto e mi è dispiaciuto per lui.

Però va anche detto che l’evento gli ha portato comunque tanta notorietà e tanto successo in Europa, il tutto nonostante non abbia vinto.

Nicola Caligiore e MahmoodUn altro brano che mi è piaciuto molto è stato quello di Diodato. “Fai Rumore” è una canzone che mi ha generato un’emozione incredibile, ogni volta che la sento, ancora oggi. Peccato per la pandemia, non so se sarebbe arrivata agli spettatori europei, ma quando Diodato canta ti trasmette proprio un brivido, un’emozione. Però sai, la musica e l’arte sono talmente soggettive che non sai mai come andrà.

Mi hanno raccontato (io avevo già lasciato la Rai) che il team di Diodato ha lavorato molto bene per prepararsi all’evento, è stato un grande peccato sia arrivata la pandemia che ha purtroppo fermato tutto. C’era molto entusiasmo ma è andata come è andata.

E tra i nostri artisti in gara, qualche preferenza? 

Ho molto affetto per alcuni artisti che hanno partecipato e ho grande stima per la maggior parte di loro. Alcuni hanno sfatato anche qualche mio “pregiudizio”, diciamo preconcetto, che magari potevo avere nei loro confronti, perché uno li percepisce sempre in maniera diversa dall’esterno. Poi quando li conosci di persona cambia tutto.

Tornando ai brani in gara, sempre soddisfatto di tutte le scelte fatte? Qualche ripensamento o riflessione post evento? 

Con il senno di poi è sempre facile parlare, ma ovviamente si tratta solo di congetture. Forse l’anno di Nina Zilli,  tornando indietro avrei insistito di più con il brano che lei aveva portato a Sanremo – “Per Sempre” – invece di “L’amore è femmina”. Credo che “Per Sempre” avrebbe potuto valorizzare Nina in maniera diversa, ma chi può dirlo.

Con Emma Marrone invece mi sarebbe piaciuto moltissimo avere in gara  “Amami” ma, per questioni legate alla data di uscita del singolo, non fu possibile (era fuori dalle tempistiche massime previste dal regolamento dell’Eurovision).

“Amami”, in stile Gianna Nannini 2.0, con quella voce graffiata che sono anche un po’ un tratto peculiare delle interpreti italiane, avrebbe probabilmente attirato molto l’attenzione dei media stranieri.

In generale, credo abbiamo sempre portato dei brani molto belli che, anno dopo anno,  hanno presentato una chiave di lettura diversa del nostro panorama musicale.

La pandemia non ha permesso l’edizione 2020 dell’Eurovision, come pensi andrà la prossima se la situazione non migliorerà?

So che ci sono vari scenari per il prossimo Eurovision in base a come procederà la pandemia a maggio. Vorrei comunque essere ottimista e sperare che con l’inizio delle vaccinazioni, ormai imminenti in tutta Europa, piano piano l’emergenza finirà.

Forse non sarà l’anno d’oro dell’Eurovision, magari non ci sarà ancora tanta gente che si sposterà, ma voglio sperare che le cose andranno meglio e mi piacerebbe pensare che l’Eurovision diventi un simbolo di ripartenza, sancire un po’ un ritorno alla normalità, simbolicamente sarebbe molto bello.

Voglio sperare il meglio, che quella a Rotterdam sia un’edizione bellissima e mi auguro tra le altre cose, di poter essere seduto tra il pubblico e godermi per la prima volta lo spettacolo come spettatore e non come addetto ai lavori.

Quindi forse ti ritroveremo a Rotterdam insieme a tanti altri fan. Senti già un po’ la mancanza dell’Eurovision?

Dopo un anno di disconnessione devo dire che la grande famiglia dell’Eurovision un po’ mi manca e spero quindi di poterlo andare a seguire dal vivo a Rotterdam, anche per salutare tutti i miei ex colleghi che non vedo da circa un anno e con cui ho lavorato per tanto tempo.

Ma soprattutto, per godermi lo spettacolo per la prima volta seduto, senza affanni e senza ansie. Spero che si possa fare e non ci siano restrizioni sui viaggi.

Da gennaio il Regno Unito sarà fuori dall’Unione Europea, pensi che la Brexit possa far rivalutare alla BBC una partecipazione all’evento?

Non credo che la Brexit finirà per coinvolgere in alcun modo la partecipazione del Regno Unito, visto che all’evento partecipano tanti paesi non UE. Per fortuna l’Eurovision è ben distaccato dall’Unione Europea intesa a livello politico, non a caso partecipano paesi come la Russia, l’Azerbaigian etc,  paesi che con la UE non c’entrano nulla.

Penso poi che la BBC abbia tutto l’interesse a partecipare, in fondo si tratta di uno degli show più seguiti dagli inglesi, i numeri parlano chiaro.

Come è stato lavorare con Jon Ola Sand, Executive Supervisor dell’Eurovision dal 2011, l’anno del nostro ritorno? 

Lui è stato il produttore esecutivo dell’edizione 2010 dell’Eurovision, quella che si è tenuta ad Oslo (ai tempi lavorava per NRK, la tv pubblica norvegese) e da lì l’EBU gli ha offerto di prendere in mano le redini di tutto perché c’era il suo predecessore – Svante Stockselius – che aveva lasciato.

Per me è stato un grandissimo maestro, una persona estremamente professionale, molto bilanciata e un uomo con grandissimo sangue freddo che ha gestito situazioni anche molto complicate e penso che sia veramente riuscito a rilanciare il progetto dell’Eurovision.

Dal 2011 al 2019 il concorso si è arricchito ogni anno di qualche cosa, è stato un lungo percorso di miglioramento dello spettacolo. Di Jon Ola Sand posso solo dire bene.

Nicola Caligiore e Jon Ola

È un grandissimo professionista  e capisco il suo sentimento di voler lasciare dopo 10 anni, perché si arriva ad un punto in cui cominci a non avere più tante idee, tanti stimoli, che sono indispensabili in un evento del genere che ha bisogno di rinnovarsi continuamente. Chapeau comunque a Jon, ha tenuto il polso e ha risolto tantissimi problemi.

Problemi come quelli registrati in una particolare edizione dell’Eurovision?

Beh sì, specialmente nell’edizione in Ucraina. Jon Ola Sand è una persona molto solida, pochi fronzoli, anche nelle situazioni più allucinanti – come appunto l’anno in cui siamo stati in Ucraina –  non l’ho mai visto scaldarsi o gridare o “dare di matto”.

L’ho sempre trovato calmo e molto concentrato sull’obiettivo e credimi, questo nonostante tutte le delegazioni, che sanno essere molto fastidiose, perché i vari broadcaster possono essere molto “intensi”.

Nella prossima edizione avremo invece Martin Österdahl come nuovo Executive Supervisor, cosa sai dirci di lui?

Martin, come Jon Ola, è una persona incredibile ma anche molto diverso dal suo predecessore. Sono contento sia stato scelto proprio lui, non potevo immaginare persona migliore in questo ruolo e per il futuro dell’Eurovision.

Ne abbiamo avuto dimostrazione nello spettacolo che ha prodotto nel 2016 a Stoccolma, forse il migliore show televisivo di sempre. Penso che Martin sia la persona giusta per dare un nuovo impulso e una nuova spinta creativa all’evento e gli auguro con tutto il cuore di fare bene.

Nicola Caligiore

Nicola, grazie mille per il tempo che ci hai dedicato e per l’ottimo lavoro che hai svolto come capodelegazione in questi anni. Non ci resta che augurarti il meglio per la tua nuova vita a Londra in quel di Facebook e magari a maggio ci si ritrova tutti alla Ahoy Arena di Rotterdam. 

Un grazie a voi e uno anche a tutte le persone che hanno seguito in questi anni l’Eurovision, tutta la fantastica comunità che ama questo evento come lo amo io e che fanno in modo che lo show continui e abbia successo.


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