Eurovision 2021, nuova petizione contro la Bielorussia. Viaggio nei ‘casi’ precedenti


Dopo l’annuncio della partecipazione dei Galasy ZMesta per la Bielorussia al prossimo Eurovision Song Contest 2021, aperta sostenitrice del dittatore Lukashenko è ripartita, per iniziativa di alcuni fans, la petizione per escludere BRTC dal concorso o in subordine, chiedere che venga imposta la sostituzione del loro brano “Ya nauchu tebya (I’ll teach you)”, nel quale, anche se indirettamente, ci sono chiari riferimenti alle politiche anti-Occidentali del presidente completamente contrarie ai valori liberali ed inclusivi propri del concorso e dell’Europa.

La strada per l’esclusione della band – ma anche per la sostituzione del brano – sembra tuttavia in salita. La precedente petizione, promossa dalla Fondazione bielorussa per la solidarietà, era stata respinta dalla EBU, che ha ribadito la natura apolitica del concorso. Ma anche i precedenti non depongono in favore della cancellazione della partecipazione della tv di Minsk.

L’Eurovision e i paesi con problemi di democrazia

La storia è piena di corsi e ricorsi che depongono in questo senso. Nel 1961, debuttarono all’Eurovision Spagna e Yugoslavia, in quegli anni alle prese con regimi non democratici. Lo stesso fu per il Portogallo salazarista del 1964: alle proteste la EBU rispose respingendo qualunque declinazione politica. Un solitario invasore con in mano uno striscione con su scritto ‘Boycott Franco and Salazar’, fece incursione durante la diretta e forse anche per questo- la versione ufficiale però è quella di un incendio che mandò bruciati i nastri – non ci sono che poche immagini di quella edizione.

La Spagna franchista ospitò la rassegna nel 1969 a Madrid e l’interval act fu ‘La España diferente’, un documentario ad uso e consumo proprio della propaganda del regime ma senza voler andare troppo lontano nel tempo,  vale ricordare come l’Eurovision nel 2012 è arrivato a Baku,  in un’Azerbaigian che non brilla certamente sul fronte dei diritti umani.

Quando Russia e Bielorussia protestarono contro la presenza di Conchita Wurst nel 2014, non si andò oltre una lettera di reprimenda ed anche la vicenda degli screzi fra armeni ed azeri nel 2009 ha avuto come provvedimenti ufficiali soltanto sanzioni: il ritiro dell’Armenia dall’edizione di Baku fu una scelta della tv, non dell’EBU così come fu ufficialmente la Russia a scegliere di non gareggiare in Ucraina nel 2017,  per la vicenda della Crimea dopo il fallimento di tutte le mediazioni  della EBU.

Vale inoltre ricordare, come allo Junior Eurovision gareggi – peraltro su invito della EBU, visto che è solo membro associato – il Kazakistan, un altro Paese che non è esattamente ricordato come paladino della democrazia e delle libertà.

Insomma, se è vero che molti fra i singoli Paesi hanno utilizzato ed utilizzano l’Eurovision per veicolare messaggi politici ‘nascosti’, la EBU, proprio nello spirito di libertà che caratterizza la rassegna, non ha mai preso provvedimenti di esclusione per motivi politici.

L’esclusione del Libano del 2005 a poche settimane dal debutto aveva certamente uno sfondo politico ma la motivazione dell’esclusione è riferita alla mancata applicazione di una norma del regolamento, quella che impone la trasmissione in diretta e senza tagli di tutte le esibizioni: la tv di Beirut disse di non poter garantire la messa in onda del brano di Israele, Paese da loro non riconosciuto e fu questa dichiarazione a provocarne la squalifica.

L’Eurovision e le canzoni ‘proibite’

Non sembra in discesa nemmeno la strada per l’esclusione della canzone. Il regolamento dell’Eurovision infatti, vieta riferimenti alla politica, a partiti o personaggi politici in maniera diretta e la canzone bielorussa non ne contiene.

Ci sono sicuramente alcuni elementi di riferimento alle proteste pacifiche che da agosto 2020 sono in corso contro la rielezione di Lukashenko ma oltre ad essere di difficile percezione all’ascoltatore non russofono, sono appunto indiretti, all’interno di un testo la cui prima ed immediata lettura è  una esaltazione di uno stile di vita anti-moderno e che ricorda gli anni sovietici.

Non c’è alcun dubbio che si tratti dello stesso modello propagandato del presidente bielorusso, ma i precedenti dicono che mancando riferimenti diretti, non dovrebbe sufficiente, a norma di regolamento, per squalificare il brano. Il quale comunque, da quanto emerge, sarebbe comunque sotto indagine.

Testi ben più espliciti sul piano politico sono rimasti in concorso ed uno ha perfino vinto la rassegna, ovvero “1944″ di Jamala. Nel 2007, addirittura, gli israeliani cantavano esplicitamente dell’arsenale militare dell’Iran. La loro “Push the button” cita “The biddy biddy kingdom“, letteralmente “Il regno cattivo cattivo”, sfumato in negativo e  “régimes fanatiques“:  ci sono pochi dubbi su di chi si tratti. Nonostante le numerose proteste e le richieste di esclusione, il brano restò in gara, uscendo in semifinale.

Nel 2005, in casa, l’Ucraina schierò i Greenjolly,  con un brano, “Razom nas bahato,nas nye podolaty”  che era l’inno jon ufficiale della “Rivoluzione arsncione” che aveva appena spodestato il presidente filoriusso Yanukovich.  Nel 2010 i lituani Inculto nella loro “Eastern european funk”  fanno una critica molto diretta sia alla Russia che all’Europa ed al ruolo in cui a loro dire vengono relegati i cittadini dell’est europeo, ma il brano rimase in gara, anche qui nonostante le proteste. Nel 2015 la canzone degli armeni Genealogy sulla diaspora, inizialmente presentata come “Don’t deny“, fu ammessa in gara col titolo Face the shadow” dopo le proteste degli azeri, di lingua e cultura turca, la cui posizione sul genocidio armeno è completamente opposta.

L’unico brano che è stato realmente escluso per sospetto contenuto politico fu “We don’t wanna put in” dei georgiani Stephane & 3G, proposto per l’edizione di Mosca 2009 immediatamente dopo la conclusione della guerra civile nelle aree russofone della Georgia di Abkhazia e Ossezia Meridionale, il cui titolo – nonostante l’assenza di riferimenti nel testo – fu letto come un attacco diretto dell’allora primo ministro del Paese ospitante, appunto Putin.

Alla richiesta di cambiare la canzone la Georgia, che già si era iscritta all’ultimo secondo dopo aver inizialmente rinunciato “per non dover partecipare ad un evento organizzato da un Paese invasore”, rispose col diniego e decise per il ritiro.


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Eurovision Inside

Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cittadino d'Europa

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