Eurovision, l’insostenibile leggerezza dell’essere il Regno Unito (e quindi franare)

La faccia del povero James Newman all’annuncio del fragoroso zero points al televoto che lo ha lasciato al palo sul fondo della classifica dell’Eurovision Song Contest 2021 si commentava da sola: compagni della delegazione e colleghi hanno fatto a gara per consolarlo. Probabilmente che le cose non sarebbero andate bene il cantautore lo aveva già capito, ma da qui ad immaginarsi di restare negli annali col secondo zero della storia britannica ce ne corre.

Fa rumore soprattutto un dato: il 60% dei Paesi ha messo la sua “Embers” agli ultimi due posti del televoto, 14 di questi – fra cui l’Italia – addirittura all’ultimo con la sola Ira Losco, ex partecipante maltese e quest’anno giurata, a tributargli un terzo posto e dei punti in generale. Poco meglio è andata con le giurie: ben 23 lo hanno posizionato dal 20. posto in giù con tre all’ultimo posto.

Una disfatta epica, 18 anni dopo il primo ed unico zero, quello di “Cry baby” dei Jemini, arrivato però dopo una delle esibizioni più tremende che la storia eurovisiva ricordi, con gli artisti totalmente fuori sincro con la musica.

Quel primo zero fu una sorta di lesa maestà per un Paese che sino ad allora era – eurovisivamente parlando – vissuto di rendita sugli anni d’oro in cui i grandi big della musica britannica avevano mietuto in egual misura successi e sconfitte più o meno di misura (celebre la battuta autoironica di Cliff Richard: “Ho partecipato due volte all’Eurovision, ed ho perso due volte“), riuscendo sempre a restare a galla.

Terry Wogan e la lesa maestà

Il fatto è che il Regno Unito ha sempre pensato – e probabilmente lo pensa ancora – di potersela cavare con poco, facendo leva sull’anglofonia del mercato musicale attuale che le consente di esportare con facilità anche prodotti musicali spesso scadenti o comunque non all’altezza.  E dire che due campanelli d’allarme erano suonati: il dodicesimo posto delle Precious nel 1999 e soprattutto il sedicesimo nel 2000 di Nicki French con quella “Don’t play that song again” che sembrava uscita direttamente da una cassetta del 1980 avrebbero dovuto servire da monito. Ed invece no.

 La terra d’Albione è rimasta nella sua torre d’avorio musicale. A questo, va detto, ha contribuito molto anche un trentennio di commento eurovisivo del compianto Terry Wogan, tanto amante dell’Eurovision da poterci scherzare sopra senza schernirlo (capito Saverio Raimondo e Malgioglio?), quanto convinto che al Regno Unito eurovisivo dovesse essere tutto dovuto e che in quello spettacolo concorresse a prescindere come fuoriclasse in mezzo ai dilettanti.

A nulla serve  nemmeno quello zero dei Jemini, arrivato dopo quello che ad oggi risulta essere l’ultimo podio, il terzo posto della gallese Jessica Garlick nel 2002. Ed anzi, da quella ‘botta’ il Regno Unito non s’è ancora ripreso, perché invece di reagire, magari affidandosi ad una produzione di spicco, la BBC ha sperimentato varie soluzioni, tutte più o meno fallimentari.

Tranne una, quella del 2009, quando dopo l’ultimo posto di Andy Abraham l’anno prima (“La nazione che ha dato al mondo i Beatles e i Rolling Stones non può essere umiliata così”,  commentò la stampa inglese) la BBC si affida alla qualità di Diane Warren ed Andrew Lloyd Webber che regalano all’esordiente Jade Ewen una ballad che vale il quinto posto. Ma è solo una piccola spianata nello sprofondo.

Ai concorsi di selezione si affacciano alcune vecchie glorie (che peraltro persino perdono da brani impresentabili dovunque, come “Flying the Flag” degli Scooch, anno 2007), altre vengono selezionate direttamente dalla tv (dai Blue nel 2011, ad Engelbert Humperdinck nel 2012 a Bonnie Tyler nel 2013, tutti con brani pure assolutamente gradevoli); più spesso vengono selezionati nomi misconosciuti o sconfitti nei talent show, a cui vengono affidati brani modesti.

Il fondo del barile

Sino all’anno scorso, quando l’accordo con la BMG porta finalmente ad un nome di comprovata fama attuale, se non come interprete, sicuramente come autore. Non c’è la controprova, ma probabilmente James Newman il brano buono ce l’aveva lo scorso anno con “My last breath“.

Ora questo zero è probabilmente il fondo, lo schiaffo che nessuno si attendeva più. Se servirà finalmente ad invertire la rotta e convincere la BBC – magari guardando gli esempi di Italia e Francia – che è il caso di tornare a credere nella rassegna, se necessario anche facendo scelte coraggiose, o se invece sarà la tomba sulle ambizioni britanniche lo scopriremo presto.


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Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cittadino d'Europa

5 Risposte

  1. Danilo ha detto:

    Suggerimento per il Regno Unito: visto che quasi tutti cantano nella loro lingua, cantassero in spagnolo, italiano, francese o altro. Altrimenti portare canzoni mediocri li releghera al fondo classifica.

  2. Mauro Tozzi ha detto:

    Mi chiedo perché la Gran Bretagna, pur essendo patria di cantanti e gruppi tra i più famosi al mondo, all’Eurovision abbia sempre raccolto così poco…

  3. Maurizio ha detto:

    Embers è la mia canzone preferita dell’: ESC. Newman ha una bella voce.

  4. Chiara ha detto:

    Mi dispiace molto per James, ma secondo me dovrebbe continuare a lavorare come autore e lasciar perdere la carriera da cantante. Sia My last breath che Embers sono molto radiofoniche ma lui live non aveva la voce abbastanza forte per cantarle.

  5. Stanislav ha detto:

    Pazienza, i britannici sono superiori in tutto, non hanno bisogno né della UE né dell’euro né dell’Eurovision per dimostrare la loro superiorità, anche se poi sono sempre in fondo alle classifiche, sono gli altri a non capire il loro genio (sono sarcastico).