Sanremo 2022: cosa accadde all’Eurovision 1969 con Iva Zanicchi
Oggi lo ricordano davvero in pochi, ma Iva Zanicchi, nel 1969, fu la dodicesima rappresentante dell’Italia all’Eurovision Song Contest.
Oggi che torna al Festival di Sanremo a distanza di 13 anni dall’ultima volta, con la sua undicesima partecipazione (sei furono consecutive, tra il 1965 e il 1970), andiamo a raccontare la sua storia europea.
Una storia che, peraltro, tocca anche dei nomi in concorso nel passato già prima che a concorrere ci andasse lei, ultima selezionata da Sanremo prima che la Rai decidesse di virare su altri lidi, con il Festival che sarebbe andato in seria crisi di popolarità negli Anni ’70.
L’Aquila di Ligonchio, questo il suo storico soprannome, aveva infatti cantato (non esattamente con voglia, visto che fu la casa discografica a iscriverla mentre le sue attenzioni erano rivolte alla figlia Michela appena nata) nel 1968 “Per vivere“, una canzone scritta da Nisa, cioè Nicola Salerno e Umberto Bindi.
C’era la doppia esibizione con altro artista, e quell’altro era Udo Jürgens, che rappresentò l’Austria per tre volte consecutive dal 1964 al 1966 e in quest’ultima occasione vinse con “Merci Chérie“. Lo stesso Jürgens partecipò nel 1965 a Sanremo insieme a Ornella Vanoni (“Abbracciami forte“).
1969, dicevamo. Iva Zanicchi in quel periodo era fortemente sulla cresta dell’onda: aveva colto il successo del beat, aveva già vinto a Sanremo con “Non pensare a me” (in coppia con Claudio Villa, ma in corsa c’era pure Dionne Warwick) in quel 1967 che rese tristemente famoso il Festival per ben altro.
Tra i fiori ci ritornò con “Zingara“, stavolta con Bobby Solo come altro interprete. Non fu solo una vittoria: fu anche grandissimo successo a livello commerciale e legame anche curioso, ma questo Iva non lo poteva ancora sapere, con il rappresentante successivo in Europa.
Gianni Morandi, infatti, suonò la chitarra nell’altro arrangiamento, quello dedicato a Bobby Solo, ed a lui era stata originariamente proposta la canzone.
Fu proposta anche in spagnolo da Nicola Di Bari, per il mercato argentino: nella sua autobiografia, Gian Franco Reverberi sostiene che questa versione vendette 17.000 copie in 12 giorni.
Eurofestival, com’era allora, dunque. L’edizione del 1969 è stata recentemente ripescata dagli archivi dall’EBU, per farne uno dei capitoli di Eurovision Again, serate di visione collettiva online di vecchie edizioni eurovisive in streaming, nate durante il lockdown del 2020 e che hanno di nuovo intrattenuto la cerchia dei fan tra la fine dell’edizione 2021 e l’inizio della stagione delle finali nazionali.
Prima di Madrid, però, fu a Iva Zanicchi che si presentò una necessità. Come già nel 1967 e 1968, ci fu il cambio di canzone. E “Due grosse lacrime bianche” non le era nemmeno di massimo gradimento, se comparato a molte altre sue interpretazioni.
Se la si riguarda con gli occhi di oggi, “Due grosse lacrime bianche” ha vissuto quasi un ritorno di popolarità tra gli affezionati al concorso in questi ultimi anni, quando si tratta di andare a rivisitare il 1969.
Al Teatro Real, però, non le andò troppo bene: fu tredicesima con cinque punti, ma capì già da allora un particolare rimasto importante al tempo come oggi: giurie e giornalisti.
Oggi le prime votano al venerdì lasciando al sabato al televoto, allora erano le uniche responsabili del risultato. I secondi, invece, ancora oggi si lanciano in giudizi fin dalle primissime prove con reazioni su YouTube caricate in maniera estremamente immediata.
Le canzoni “bocciate”
Oggi, però, si sanno altri dettagli relativi a quella partecipazione, raccontati dalla stessa Iva Zanicchi al nostro Emanuele Lombardini per il libro “Good Evening Europe“.
Oltre a “Due grosse lacrime bianche”, c’era un’altra canzone che avrebbe potuto rappresentare l’Italia nella capitale di quella Spagna allora ancora sotto regime franchista. Se la prima era stata scritta da Daiano e Piero Soffici, la seconda portava anche la firma del figlio di Piero, Roberto.
Più tardi nel 1969, “Non credere” l’avrebbe portata al successo una donna con le sembianze di una tigre, proveniente da Cremona e che da 43 anni lascia parlare solo la sua immortale voce: Mina.
Proprio in quell’intervista, la cantante rivela il retroscena dietro a quella scelta:
Io sarei voluta andare con “Zingara”, per sfruttare l’onda del Festival di Sanremo ma i discografici ingordi vollero proporre una canzone nuova dopo nemmeno venti giorni. Quindi andammo con “Due grosse lacrime bianche”, che era molto di atmosfera ma parlava di un amore finito, era un testo troppo difficile per la rassegna. Così non mi sono piazzata bene anche se alla fine la critica mi ha assegnato un premio per la migliore voce in concorso.
Una cosa, però, l’artista la ricorda bene: allora come oggi, la piattaforma europea serviva a lanciarsi sul mercato. Iva Zanicchi una sua esposizione oltreconfine già ce l’aveva, ma anche se il risultato di Madrid non fu dei migliori, la sua penetrazione nel mercato spagnolo e anche in altri divenne importante.
Non va dimenticato, del resto, che parliamo di un’artista che ha saputo diffondere talmente tanto la propria voce e la propria discografia da esibirsi da una parte all’altra del mondo, entrando in Unione Sovietica con 40 e più concerti, volando fino in Giappone, ma privilegiando spesso e volentieri quel pubblico di lingua spagnola che le ha sempre restituito grande affetto.
Una vittoria che rimarrà nella storia
L’Eurovision 1969 sarebbe però rimasto nella storia per un altro motivo: le quattro vincitrici. Un’eventualità considerata così remota da non essere nemmeno contemplata dal regolamento, e che invece si verificò.
Le polemiche esplosero a non finire, nell’anno successivo fioccarono le rinunce, e chi più ne ha più ne metta. Una simile eventualità oggi non si può più ripetere, perché sono stati stabiliti dei paletti molto precisi.
In quegli anni, le novità della discografia italiana si succedevano. Due, Iva Zanicchi e Gianni Morandi, sarebbero apparse quasi contemporaneamente sulla scena, un terzo ci sarebbe arrivato, per necessità anagrafiche, una decina d’anni dopo e poco meno. Quel terzo era Massimo Ranieri. E tutti insieme, per la prima volta, condivideranno il palco del Teatro Ariston al prossimo Festival di Sanremo nel 2022.
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