Dossier Melodifestivalen: i vent’anni di Christer Björkman (seconda parte)

Melodifestivalen Christer Björkman

A due settimane dalla prima puntata dell’edizione 2022 del Melodifestivalen (Festival della canzone svedese e selezione per l’Eurovision Song Contest) continuiamo la nostra memory lane alla scoperta degli ultimi vent’anni della competizione sotto la gestione del produttore esecutivo Christer Björkman, che ha abbandonato il timone della nave per dedicarsi al suo ruolo di supervisione della prima edizione dell’American Song Contest (nuovo titolo di punta del canale generalista NBC, in partenza il 21 marzo).

Melodifestivalen

PARTE II (2006-2010): L’ERA DEI “GRANDI NOMI”

Gli strascichi del Melodifestivalen 2005, il primo dell’era moderna a chiudersi con un risultato “discusso” (la vittoria di Martin Stenmarck grazie al supporto delle giurie, avendo raccolto circa la metà dei televoti della seconda classificata Nanne Grönvall) non intaccano minimamente la popolarità della competizione e del nuovo corso tracciato da Christer Björkman, che non solo non lascia ma raddoppia e va all’attacco dell’edizione 2006 con la missione dichiarata di riportare la Svezia tra le prime dieci classificate all’Eurovision (piazzamento che all’epoca valeva la qualificazione automatica della nazione alla finale dell’edizione successiva).

Il successo delle edizioni precedenti inizia a non essere più ignorabile dai nomi “pesanti” dell’industria musicale svedese: il debutto in gara di Andreas Johnson (a 7 anni dal successo della sua one hit wonder Glorious, ma ancora sulla cresta dell’onda in patria) viene colto dall’opinione pubblica come il segnale definitivo che qualcosa sta cambiando.

Il focus comincia a spostarsi su un doppio binario: lo sviluppo di un nucleo di artisti (principalmente provenienti dal mondo dei talent show) destinati a costituire presenza fissa o quasi negli anni a venire, senza trascurare allo stesso tempo la “caccia” a nomi, generi musicali, situazioni e contesti finora ai margini o completamente avulsi dalla scena eurovisiva.

Si consoliderà l’abitudine di includere nel roster dei 32 partecipanti quattro wildcard invitate personalmente da SVT sulla base di criteri artistici, con aspettative sempre più monumentali (e spesso disattese) sugli artisti chiamati a farne parte. Ciononostante, saranno proprio i “grandi nomi” a segnare questa era del Melodifestivalen: tre dei cinque vincitori dal 2006 al 2010 proverranno proprio da queste wildcard artistiche, con ben due ex conquistatrici dell’Eurovision degli anni ‘90 (Carola Häggkvist e Charlotte Perrelli) in grado di riaffermarsi nuovamente a una decade di distanza.

Il rovescio della medaglia lo si avrà sulla scena europea: una serie di decisioni sbagliate e occhiolini strizzati di continuo a un modello di Eurovision ormai “fuori dal tempo” porteranno la Svezia a collezionare numerose delusioni sul finire dei primi Duemila, spesso arrivando al contest nel gruppo dei favoriti e bruciandosi nell’elemento cardine della realizzazione finale delle proprie proposte.

Il tramonto definitivo della musica schlager, unito alla prima storica (e tuttora mai ripetuta) non qualificazione della Svezia alla finale dell’Eurovision 2010, porteranno Björkman e il gruppo di lavoro del Melodifestivalen a una profonda riflessione che rilancerà del tutto la nazione scandinava negli anni a venire.

Ma rimanendo in patria, i cinque anni che chiudono la prima decade dei Duemila segnano la vera affermazione del fenomeno-Melodifestivalen come elemento totalizzante e in grado di catturare per un mese e mezzo l’attenzione di un’intera nazione. È un periodo di fortissima sperimentazione che vede la partecipazione brani in diverse lingue, generi musicali sempre più disparati, approcci a tratti fallimentari ma sempre improntati a portare sul palco una sfumatura inedita di ciò che la Svezia musicale può offrire.

Un movimento che sviluppa una fortissima competizione tra gli autori – nel 2008 sono ben 3 489 le canzoni arrivate a SVT, record tuttora imbattuto – e porta a un incremento esponenziale di brani “made in Sweden”, magari scartati dal Melodifestivalen, che trovano una seconda vita e riemergono nelle selezioni nazionali di tutta Europa (fenomeno che dura tutt’oggi e non accenna a smettere)

Più di ogni cosa, è il quinquennio in cui il Melodifestivalen diventa davvero hela Sveriges fest, la “festa di tutta la Svezia”. Una vera e propria età dell’oro che pone le basi per gli anni che seguiranno.

Melodifestivalen 2006

Date: 18 febbraio – 18 marzo 2006
Conduttori: Lena Philipsson
Vincitore: Carola Häggkvist, Evighet (Eternità)
Piazzamento all’Eurovision Song Contest: 5° classificata, 170 punti (come Invincible)

L’edizione 2006 torna a premiare una “campionessa del popolo” come Carola Häggkvist, stella fulgida del panorama musicale svedese già vincitrice del Melodifestivalen nel 1984 con Främling (Straniero) e nel 1991 con Fångad i en stormvind (Catturata da una tempesta) che avrebbe poi vinto in quel di Cinecittà l’ultimo Eurovision tenutosi in Italia.

Carola si ripresenta in gara con Evighet (Eternità) – un brano schlager dalle tinte quasi epiche, perfettamente in linea con la sua produzione, che avrà il merito di lanciare definitivamente l’autore Thomas “G:son” Gustafsson – e riconquista il titolo a quindici anni di distanza, dominando il televoto dopo aver chiuso al secondo posto il voto delle giurie regionali.

Ad Atene il brano arriverà in versione tradotta e chiuderà al quinto posto, cementando la reputazione di Carola come artista femminile più di successo della storia dell’Eurovision (prima nel 1991, terza nel 1984, quinta nel 2006). Un successo pieno per quello che sarà l’ultima vera fiammata della musica schlager nel festival europeo.

A vincere per i giurati, e non potrebbe essere altrimenti, è Andreas Johnson – cantautore pop/rock che cerca nel Melodifestivalen un rilancio di carriera a sette anni da Glorious, la sua prima ed unica hit internazionale. Sing For Me, la sua proposta per la competizione, è la vincitrice designata fino all’avvento di Carola nell’ultima semifinale: alla fine Johnson dovrà accontentarsi di un terzo posto e di un successo commerciale gratificante ma limitato ai confini della Svezia.

La medaglia d’argento va invece ad un progetto electro/dance che già da un paio d’anni tenta, un po’ come gli Alcazar, di raccogliere il testimone degli ABBA come portabandiera del pop “da ballo” in salsa scandinava: la canzone si intitola Temple Of Love, il trio è composto da Martin Rolinski, Alexander Bard e Marina Schiptjenko e risponde al nome di Bodies Without Organs, per tutti i BWO.

In realtà è un po’ tutta la finale ad essere di ottimo livello, con un connubio di generi mai visto nella storia della competizione. L’onnipresente schlager (Linda Bengtzing, già finalista nel 2005, che con Jag ljuger så bra (Io mento così bene) segna il punto più alto della sua carriera; Magnus Carlsson al debutto da solista con Lev livet! (Vivi la vita!); Magnus Bäcklund con il pop anthem The Name Of Love; la veneranda Kikki Danielsson che chiude le fila con una Idag & imorgon (Oggi e domani) dal sapore quasi natalizio) inizia a coesistere con situazioni più moderne come l’heavy metal, per quanto annacquato secondo le logiche della competizione, portato in gara da Jakob Samuel e i suoi The Poodles in Night Of Passion.

Tramite il round di ripescaggio arrivano in finale anche i Rednex, gruppo dance/country lanciato negli anni ’90 dalla hit internazionale Cotton Eye Joe e qui rifondato dalla cantante originaria (Annika “Mary Joe” Ljungberg) con quattro nuovi membri.

Mama Take Me Home, un motivo trascinante che rimanda a un immaginario agricolo-trasharolo con tanto di cactus e balle di fieno, raggiungerà la quinta posizione ma non riuscirà a salvare il futuro della band – i cui membri verranno presto coinvolti in dispute legali per l’appropriazione del marchio, terminate con l’istituzione di due diversi gruppi attivi separatamente fino al 2012.

Troppe le proposte escluse nei turni preliminari che varrebbe la pena menzionare. Manca l’accesso alla finalissima per meno di duemila voti il cantautore Patrik Isaksson e la sua ballata romantica al pianoforte Faller du så faller jag (Cadi tu e cado anch’io); subito dietro il cantante folk Roger Pontare, che non riscontra lo stesso successo presentando una brutta copia della canzone con cui aveva rappresentato la Svezia “in casa” all’Eurovision 2000.

Ironica è la comparsata di Günther, mito dell’eurodance dei primi ’00 che gioca sul contrasto tra un beat dance quasi dozzinale e la sua voce profonda dal marcato accento tedesco, mentre sono ben tre gli emuli di Ricky Martin (Pablo Cepeda con La chica de la copa; Gregor Michaj con Mi amor; Evan con Under Your Spell) che falliscono nell’impresa di ottenere un briciolo del successo del cantante portoricano.

Infine, il premio per il testo più intraducibile va a Sonja Aldén, che nella sua Etymon (Etimo) associa un concetto astratto della semantica a una parola attraverso la quale si concede in eterno al suo oggetto del desiderio (“Etymon is the word I say to you, means I always will be true, I will love you endlessly”). Non basterà a salvarla dall’eliminazione prematura, ma la canzone avrà un moderato successo (con una versione spagnola eseguita da Rosa López, nella quale Etymon diventa “il re che ti fa volare”) e lancerà la carriera di Aldén e le sue successive tre partecipazioni.

Melodifestivalen 2007

Date: 3 febbraio – 10 marzo 2007
Conduttori: Kristian Luuk
Vincitore: The Ark, The Worrying Kind
Piazzamento all’Eurovision Song Contest: 18° classificata, 51 punti

Un’altra annata scritta dall’inizio alla fine: i The Ark, band glam rock lanciata nel 2000 dall’immortale hit paneuropea It Takes A Fool To Remain Same, distruggono la competizione presentandosi con uno dei pezzi più deboli della loro discografia e riuscendo comunque a dominare giurie e televoto segnando anche il nuovo record assoluto di televoti raccolti in finalissima (492.180).

Arrivati all’Eurovision di Helsinki coi favori del pronostico, Ola Salo e i suoi perderanno progressivamente terreno nel corso delle due settimane di prove finendo per schiantarsi ad un deludente 18° posto tra accuse di plagio e commenti men che diplomatici nei confronti di avversari e giornalisti.

La piazza d’onore trova il ritorno, dopo un solo anno, di un Andreas Johnson che non riesce a vendicare la sconfitta dell’anno precedente e trova a sbarrare la strada della sua A Little Bit Of Love una competizione ancora più agguerrita.

Ma è chi viene dopo a cambiare il destino di questa edizione e quelle che verranno: l’esclusione dalla gara del rapper Sebastian Fronda (costretto al ritiro in quanto SVT non voleva fosse lui a cantare la propria canzone per cui si rifiutò di cederla ad altri) porta al ripescaggio di un giovane di belle speranze, quinto classificato due anni prima alla seconda edizione di Swedish Idol, che si presenta con un brano pop dal titolo in italiano. Non doveva neanche partecipare eppure all’esordio è già sul podio: Måns Zelmerlöw, 20enne di Lund, debutta al Melodifestivalen in grande stile col terzo posto di Cara Mia.

Sostenutissima dalle giurie è Sarah Dawn Finer, promettente cantante ed attrice di origini anglofone che centra il quarto posto al debutto con la ballatona I Remember Love.

La segue Marie Lindberg, una maestra elementare che arriva al Melodifestivalen da totale sconosciuta con una storia molto particolare: il suo brano, Trying To Recall, era stato scritto nove anni prima e tenuto in un cassetto finché nel 2007 non aveva deciso di presentarlo per gioco alla selezione. L’esperienza segnerà l’inizio e la fine della sua carriera in musica, ma le varrà il quinto posto finale (e il quarto al televoto) battendo mostri sacri del calibro di Sonja Aldén e la rediviva Sanna Nielsen.

Si perde per strada alla serata di ripescaggio una vera e propria leggenda della musica svedese: Magnus Uggla, leggenda del rock svedese negli anni ’70 e ’80, debutta al Melodifestivalen dopo tanti anni di corteggiamento con För kung och fosterland (Per il re e la patria) – una marcia pop/rock dal gusto sarcastico, e a tratti quasi caustico, contenente una critica feroce contro la società del consumismo.

Per un festival dove (a differenza del nostro Sanremo) le canzoni a tema sociale non hanno mai avuto grande spazio, si tratta di una mezza rivoluzione che però si ferma sul più bello – sconfitta all’ultimo duello del ripescaggio, per soli 1.440 voti, dalla classica ballatona d’amore proposta da Sonja Aldén.

Non ce la fanno neanche Magnus Carlsson, che cerca di capitalizzare sul successo dell’anno prima ma si ferma subito fuori da una delle semifinali più combattute della storia, e soprattutto After Dark – il drag act di Christer Lindarw che tre anni dopo La Dolce Vita torna con un brano iconico ma un po’ troppo sopra le righe per il pubblico della generalista: (Åh) När ni tar saken i egna händer (Oh, quando prendi il problema nelle tue mani), inno all’onanismo nascosto dietro un’ode scherzosa a quattro conduttori televisivi di programmi dedicati al fai da te.

Infine, l’unica canzone interamente in italiano a prendere parte al Melodifestivalen (almeno fino a questo 2022) è La musica di Veronica Andersson in arte Verona, un’eurodance già vecchia di una decade buona che ciancica rime improbabili (“Ho nel mio cuore e non so perché, questo languore e non so perché”) giungendo all’ultimo posto della quarta semifinale.

Melodifestivalen 2008

Date: 9 febbraio – 15 marzo 2008
Conduttori: Kristian Luuk, Björn Gustafsson e Nour El Refai
Vincitore: Charlotte Perreli, Hero
Piazzamento all’Eurovision Song Contest: 18° classificata, 47 punti

Tornava con l’intento di rivincere e così è: Charlotte Perrelli, già in grado di conquistare l’accoppiata Melodifestivalen/Eurovision nel 1999 con Tusen och en natt (Mille e una notte) poi tradotta a Gerusalemme come Take Me Into Your Heaven, porta a casa la corona anche nel 2008 dopo una battaglia all’ultimo voto con Sanna Nielsen.

L’eterna ragazzina di Edenryd si presenta in una nuova veste, con una ballad (Empty Room) estremamente triste e dimessa ma dal grande pathos emotivo: sarà lei a vincere il televoto, ma le giurie premieranno Charlotte e la sua Hero con un margine tale da impedire la tardiva rimonta di Sanna.

La scelta di tornare a premiare lo schlager non pagherà all’Eurovision: la Svezia si salverà dall’eliminazione in semifinale solo grazie al ripescaggio della giuria, per poi chiudere mestamente al diciottesimo posto – con Charlotte che farà parlare più per la separazione dal marito italiano e lo styling della performance forse un po’ azzardato che per la canzone in sé.

Si confermano al terzo posto i BWO, che tornano a due anni di distanza con un altro pezzo dance (Lay Your Love On Me) che richiama da vicino le sonorità di Hung Up di Madonna. Quarti i gemelli Rongedal, che dopo un passato da coristi si presentano in gara e occhieggiano a MIKA con la ruffiana Just A Minute, mentre due gradini più giù troviamo Nordman – un duo folk/rock attivo da 15 anni e già in gara nel 2005, che in I lågornas sken (Nella luce delle fiamme) tratteggia a tinte cupe il racconto di un tema pienamente in linea con il loro immaginario medievale: gli ultimi istanti di una donna bruciata al rogo come strega.

Ma il vero grande scandalo dell’edizione, la più classica manifestazione del cardinale entrato in conclave da Papa e fatto fuori nel peggiore dei modi, è l’eliminazione al round di ripescaggio di One Love – il pezzo che segna l’ennesima partecipazione di Andreas Johnson, ormai habitué del Melodifestivalen, abbinato in duetto alla vincitrice del 2006 Carola.

Sono proprio i Nordman ad eliminare “Androla”, come viene definita dai giornali scandalistici la strana coppia: il loro duello assume le proporzioni del classico scontro rusticano in cui perde chi ha più haters, con oltre 300.000 voti arrivati a sancire l’eliminazione delle due (inflazionate) leggende.

Detto dell’eliminazione prematura degli Eskobar con Hallelujah New Worldil brano che secondo gli addetti ai lavori dovrebbe lanciare nel firmamento il gruppo pop di Åkersberga e invece ne distrugge irrimediabilmente la carriera – è un anno caratterizzato da una ricerca ancora più accentuata del “diverso” e della presenza di più generi musicali possibili.

Il tema dell’anno è la captatio benevolentiae ai tanti immigrati greci e balcanici, a cui vengono dedicate ben tre proposte in gara: Pame (Andiamo!) di Daniel Mitsogiannis è palesemente una brutta copia di Cara mia con la catchprase in greco anziché in italiano, e come tutte le brutte copie viene malamente ignorata dal pubblico.

Va meglio agli Andra Generationen, gruppo formato da macedoni di seconda generazione (da qui il nome) che sfiorano il passaggio del turno con Kebabpizza Slivovitza; non ha invece la stessa fortuna il bosniaco Mickey Huskić, relegato al fondo della terza semifinale con la struggente ballata balcanica Izdajice (Traditrice).

Melodifestivalen 2009

Date: 7 febbraio – 14 marzo 2009
Conduttori: Petra Mede
Vincitore: Malena Ernman, La voix (La voce)
Piazzamento all’Eurovision Song Contest: 21° classificata, 33 punti

Malgrado il rischio della “relegazione” sia scongiurato dall’appena implementata divisione in due semifinali, la serie negativa della Svezia all’ESC non accenna a fermarsi: Malena Ernman, vincitrice del Melodifestivalen 2009, è solo ventunesima all’Eurovision di Mosca.

Il trionfo di La voix è figlio di un’edizione strana, decisa per soli 3.700 voti dal pubblico che ignora le favorite della giuria e premia due proposte antitetiche come lo schlager/opera di Malena e la ballata sofisticata in svedese Snälla snälla (Per favore, per favore) della cantautrice soul Caroline af Ugglas.

Il meccanismo di voto (che all’epoca non convertiva i voti del pubblico in percentuale, ma assegnava i voti di un set della giuria moltiplicato per dodici in scala 144-120-96-72-48-24-12) finisce per premiare un brano che secondo le giurie regionali avrebbe meritato addirittura l’ottavo posto.

Salvo una comparsata nel 2015 come featuring in Det rår vi inte för (Noi non possiamo controllarlo) di Behrang Miri e Victor Crone, non si parlerà più di Malena Ernman al Melodifestivalen: il suo nome arriverà sui giornali per cause ben più nobili, come “spalla mediatica” della figlia attivista per il clima Greta Thunberg.

Al terzo posto si piazza una boyband, gli E.M.D. (acronimo dei nomi di Erik Segerstedt, Mattias Andréasson e Danny Saucedo, tutti e tre fuoriusciti da Idol) che avrà vita brevissima e vedrà tutti e tre i componenti tornare al Melodifestivalen da solisti nel giro di quattro anni.

Segue Måns Zelmerlöw di nuovo in gara con Hope & Glory, stavolta premiato dalle giurie quasi oltre misura (con le regole odierne di conversione dei punti avrebbe vinto lui) ma comunque in grado di mettere un altro tassello su una carriera che comincia ad affermarsi anche fuori dalla sfera eurovisiva.

E poi due canzoni che segnano una vera e propria era. Il grande ritorno degli Alcazar con Stay The Night, uno dei loro pezzi più carichi, movimentati e probabilmente degni di raggiungere quella platea eurovisiva che sarebbe spettata loro di diritto – assieme a Sarah Dawn Finer con l’immortale Moving On, il prototipo della ballata epica in stile gospel che da qui in avanti vanterà innumerevoli tentativi di imitazione.

E mentre i BWO tentano la strada della ballad elettronica e si fermano al ripescaggio, da cui emerge invece Caroline af Ugglas che sfiorerà la vittoria (ma per vedere un vincitore ripescato ci sarà ancora da attendere un po’) è Marko Lehtosalo, alias Markoolio, a presentarsi in gara con la performance destinata a rimanere negli annali: Kärlekssång från mig (Canzone d’amore da me) è a tutti gli effetti una canzone d’amore stereotipata poco nelle corde dello showman originario della Finlandia.

Ma chi riesce a prestare attenzione al brano quando è accompagnato da una performance che scimmiotta le due partecipazioni all’Eurovision di Dima Bilan, vincitore l’anno prima per la Russia, per culminare con il finto pattinatore del 2008 che prende fuoco e viene spento da un provvidenziale estintore?

Melodifestivalen 2010

Date: 6 febbraio – 13 marzo 2010
Conduttori: Christine Meltzer, Måns Zelmerlöw e Dolph Lundgren
Vincitore: Anna Bergendahl, This Is My Life
Piazzamento all’Eurovision Song Contest: 11° classificata (eliminata) in semifinale, 62 punti

Il primo Melodifestivalen degli anni dieci incorona una vincitrice a sorpresa: Anna Bergendahl, 18enne di Stoccolma al debutto nella musica dopo essersi piazzata quinta ad Idol due anni prima, sgomina una concorrenza non così esaltante con la sua ballata pop This Is My Life.

In un Eurovision pieno zeppo di canzoni lente, sarà una scelta che non pagherà affatto: Anna si fermerà a soli cinque punti dalla qualificazione, segnando la prima storica eliminazione della Svezia dalla finalissima e prestando il fianco a un fiume di critiche feroci da parte dei tabloid: ne seguirà un vero e proprio “ostracismo discografico” che durerà ben nove anni.

Alle spalle di Anna giunge un altro debuttante con un pezzo curioso e in un certo senso avanti sui tempi: si tratta di Salem Al Fakir, musicista e produttore che porta Keep On Walking a un ottimo secondo posto. Terzo è Eric Saade, anch’egli di origini mediorientali, finora sui giornali soltanto per essere il fidanzato della stellina Molly Sandén (rappresentante svedese al Junior Eurovision 2005 e decima al Melodifestivalen nel 2009): Manboy lancia a tutti gli effetti la sua carriera e rimane nella memoria anche (soprattutto) per la doccia finale che chiude la sua coreografia.

È quarto ma primo dei delusi Darin Zanyar, già secondo ad Idol 2004, al debutto al Melodifestivalen dopo averlo “annusato” a distanza per diversi anni. Ottimo quinto posto per la girlband Timoteij, lanciate per l’occasione dalla casa discografica Lionheart con il brano Kom (Vieni), tradotto all’ultimissimo in svedese dopo essere stato presentato in inglese da Erika Selin.

Al settimo troviamo il pop di Unstoppable (The Return Of Natalie) di Ola Svensson, al ritorno dopo il buon debutto del 2008 (lo conosceremo anche in Italia, qualche anno più tardi, con il tormentone estivo I’m In Love) mentre chiude sesto ma molto apprezzato dal pubblico Andreas Johnson, che per la quarta partecipazione in cinque anni sveste i panni del rocker e si gioca una delle più belle ballate mai passate sul palco del Melodi: We Can Work It Out.

Tolto di mezzo il favorito della vigilia Peter Jöback (è solo nona la sua Hollow, più un pezzo da musical che da competizione) il round di ripescaggio restituisce come ultime qualificate alla finale Jessica Andersson con I Did It For Love e Pernilla Wahlgren con Jag vill om du vågar (Io voglio se hai il coraggio): per quest’ultima c’è una campagna promozionale dai toni accesissimi, con lei candidata da sé stessa al ruolo di “salvatrice” dello schlager – genere musicale sempre più ai margini della competizione dopo i flop eurovisivi di Charlotte e Malena.

Gli Alcazar vengono convinti a tornare in gara con un pezzo che non li convince (Headlines, scritta dal “capitano” Tony Nilsson) e salutano ai duelli, come pure i due rappresentanti di un rock sempre più in grado di affermarsi su questo palco: le Crucified Barbara, gruppo heavy metal a trazione femminile che arriva ad un passo dalla finale con Heaven Or Hell, e i Pain of Salvation che invece privilegiano le atmosfere acustiche e la performance minimalista di Road Salt.

In generale, l’edizione 2010 sembra un po’ segnare il passo e non avere più niente da dire rispetto alle logiche di una competizione che in cinque anni ha provato a diventare “adulta” affidandosi ai soliti noti. Sarà il 2011, il decimo dell’era Björkman, a portare il primo vero restyling al Melodifestivalen e ad inaugurare nel migliore dei modi un filone di sei edizioni in cui la Svezia raggiungerà per ben due volte il tetto d’Europa.

Dossier Melodifestivalen, qui puoi consultare tutti e quattro i nostri speciali approfondimenti: Prima ParteSeconda ParteTerza ParteQuarta Parte.


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