Dossier Melodifestivalen: i vent’anni di Christer Björkman (terza parte)

Christer Björkman Melodifestivalen

Manca ormai solo una settimana alla prima puntata dell’edizione 2022 del Melodifestivalen (Festival della canzone svedese e selezione per l’Eurovision Song Contest): continuiamo la nostra memory lane alla scoperta degli ultimi vent’anni della competizione sotto la gestione del produttore esecutivo Christer Björkman, che ha abbandonato il timone della nave per dedicarsi al suo ruolo di supervisione della prima edizione dell’American Song Contest (nuovo titolo di punta del canale generalista NBC, in partenza il 21 marzo).

PARTE III (2011-2016): IL SUCCESSO IN EUROPA

Dopo l’eliminazione di Anna Bergendahl nella seconda semifinale dell’Eurovision 2010 – ultimo sofferto capitolo di un quadriennio dove la Svezia ha raccolto poco o nulla nella kermesse europea – il Melodifestivalen vede un classico rimpasto al grido di “o si cambia o si muore”.

L’edizione 2011 festeggia il decennale del format-tournée inagurato dal produttore esecutivo Christer Björkman con un completo restyling di logo, grafiche, format e meccanismo di voto, a cui si affianca un progressivo rinnovamento dell’offerta musicale ad abbracciare il più classico pop (sull’onda delle precedenti vincitrici dell’Eurovision) a spese dello schlager e delle proposte più “folkloristiche” che avevano caratterizzato il quinquennio precedente.

È questo il periodo in cui il Melodifestivalen, già ampiamente riconosciuto come la selezione eurovisiva più attesa e se vogliamo anche qualitativamente più di livello agli occhi dei fan, inizia a venire preso come spunto in tante altre nazioni grazie soprattutto a un’innovazione che in qualche modo ne segnerà la storia.

Dopo un timido esperimento avanzato l’anno prima (che fra l’altro aveva segnalato la debolezza della candidatura di Anna Bergendahl, con soli 28 punti raccolti contro i 45 di Salem Al Fakir), a partire dal 2011 le giurie internazionali mandano definitivamente in soffitta quelle a carattere regionale, che avevano caratterizzato la competizione addirittura dagli anni ’70.

L’idea di avere un gruppo di personalità estere che si fa espressione del 50% del risultato finale (come del resto già avviene da due anni all’Eurovision) sembra all’epoca rivoluzionaria, ma nel giro di qualche anno verrà copiata da quasi tutte le selezioni nazionali dirette concorrenti del Melodifestivalen.

Il cercare di individuare un campione di professionisti che voti in modo simile alle giurie dell’Eurovision, sia per formazione artistica che per gusto personale, porta abbastanza naturalmente ad individuare delle rappresentanti più competitive e ad “evolvere” il gusto del pubblico svedese verso una nuova tendenza che contraddistingue questo periodo – il susseguirsi di brani vincitori che in qualche modo si muovono sempre all’interno della sfera di un certo ambito musicale, un pop radiofonico e commerciale declinato in varie sfumature ma perfettamente rappresentativo del nuovo corso della kermesse europea.

Il “modello Björkman” fa vera e propria piazza pulita in un periodo in cui il contest vive una fase di transizione tra la voglia di smarcarsi da un certo tipo di immaginario trash che aveva caratterizzato la decade precedente e la difficoltà di attirare nomi e proposte (soprattutto nell’Europa occidentale) capaci di sopravvivere al di fuori del contesto eurovisivo.

Improvvisamente la Svezia all’Eurovision è sinonimo di musica pop, proposte coreografate nel minimo dettaglio, “freddezza nordica” comunque professionale e accompagnata da uno storytelling in grado di raccontare una storia nell’arco dei tre minuti di performance: un modello a cui tutti iniziano a guardare come ispirazione, gettando le basi per un vero e proprio rinnovamento che trasporta tutta la manifestazione nel ventunesimo secolo.

Nel giro di sei anni la Svezia si configura come superpotenza dell’Eurovision degli anni dieci, con cinque piazzamenti in top5 di cui due vittorie e due terzi posti. La nazione scandinava è soprattutto la prima ad interpretare correttamente il modo in cui la competizione sta cambiando, rendendo impossibile la vittoria o il piazzamento per un brano che non riscuote il favore sia del pubblico che dei giurati.

Il successo di Euphoria su Party For Everybody, e ancor di più quello di Heroes su Grande amore, saranno costruiti proprio su questo presupposto strategico: guadagnare più terreno possibile nel voto delle giurie per poi difendersi al televoto (nel caso di Loreen addirittura vincendolo per una manciata di punti). Sarà un gioco che finché durerà porterà alla Svezia enormi soddisfazioni in campo eurovisivo, di pari passo ad invidie e antipatie più o meno motivate da parte dei “rivali”.

Logo Melodifestivalen 2011

Melodifestivalen 2011

Date: 5 febbraio – 12 marzo 2011
Conduttori: Marie Serneholt e Rickard Olsson
Vincitore: Eric Saade, Popular
Piazzamento all’Eurovision Song Contest: 3° classificata, 185 punti

Il Melodifestivalen 2011 vive sullo scontro tra due diverse sfaccettature di uno dei tópoi più cari a questa manifestazione e all’intera industria musicale svedese, ovvero il pop uptempo presentato da un giovane artista maschile: Eric Saade, già terzo classificato l’anno prima, sfida Danny Saucedo alla prima prova solista dopo lo scioglimento della boyband E.M.D. in un dualismo sospeso fra rivalità e amicizia che i giornali scandalistici gonfiano a livello di una vera e propria ship (con tanto di bacio a stampo fra i due durante le prove della finale).

A prevalere – anche grazie al nuovo metodo di voto che converte in percentuale e non più su scala a distacchi fissi le preferenze arrivate dal pubblico – è Saade, che riesce a portare a casa per due punti anche il primo storico voto delle giurie internazionali.

La vittoria di Popular su In The Club, inizialmente criticata per il testo “facile” e l’atteggiamento un po’ arrogante della giovane popstar (in particolare le sue dichiarazioni dove ringraziava Dio di non essere uscito da un talent show come gran parte dei suoi avversari), si dimostrerà a posteriori una scelta molto lungimirante: a Düsseldorf la Svezia tornerà sul podio dell’Eurovision dopo ben 12 anni, come tutti sappiamo superata dall’Italia al fotofinish per la medaglia d’argento ma in grado di riportare in gioco una scelta che ancora a una decade di distanza suona attuale ed invecchiata benissimo.

La grande sorpresa della competizione è al terzo posto: quasi appaiato al televoto con In The Club di Danny Saucedo arriva Daniel Karlsson in arte The Moniker, cantautore di Jönköping al debutto nella musica commerciale col suo nuovo progetto solista dopo il quarto posto ottenuto ad Idol 2007.

La canzone di The Moniker si intitola Oh My God! ed è un brano molto poco da Melodifestivalen che mischia atmosfere quasi Beatlesiane a un beat estremamente allegro e spensierato condito da uno sfondo a tema “funghi allucinogeni”.

Al primo ascolto non convince e rischia quasi l’eliminazione in semifinale, ma riesce a rientrare in corsa dalla porta di servizio vincendo entrambi i duelli dell’Andra Chansen e in finale riesce addirittura a salire sul podio con una delle performance più riuscite e coinvolgenti della serata.

Si iniziano a vedere i primi frutti della nuova veste più “seria” indossata da una Svezia che vuole intrattenere ma soprattutto vincere: le due proposte schlager più quotate (I’m In Love di Sanna Nielsen, alla sesta partecipazione in undici anni; E det fel på mig? (Che cosa c’è di sbagliato in me?) di Linda Bengtzing si fermano rispettivamente al quarto e al settimo posto.

Quinto è Swingfly, un rapper di New York che non parla una parola di svedese e si fa assistere sul palco da un giovane vocalist (Christoffer Hiding) nella trascinante Me And My Drum; subito dopo i The Playtones, una band di Kallinge che porta in scena il rockabilly americano dei primi anni ’50. Giunge in ottava posizione invece Nicke Borg, frontman della rock band Backyard Babies, che tenta la strada della ballata grunge solista presentandosi sul palco in gilet smanicato per eseguire la sua Leaving Home.

I duelli del girone di ripescaggio segano le gambe alle LoveGeneration, l’ennesima girlband uscita dal cilindro del produttore RedOne ed arrivata in gara con i favori del pronostico: il brano scelto per l’occasione (Dance Alone) non convincerà mai del tutto e si fermerà ad un passo dalla finale, battuto con ampio margine dalla ballata contro la violenza sulle donne portata da Sara Varga.

Quest’ultima aveva sconfitto al turno precedente una giovane artista di origini marocchine, anche lei fuoriuscita da Idol sette anni prima, in gara con un brano elettropop di non facile presa ma che opportunamente digerito diventerà iconico fra i fan della competizione quanto la sua interprete: il suo nome completo è Lorine Zineb Talhaoui, ma tutti impareremo a conoscerla come Loreen.

In contrasto con il quinquennio precedente, sono tanti i nomi “di peso” a fermarsi in semifinale: la più emblematica è l’ultima delle 4, dove restano fuori sia la popolarissima dansband Lasse Stefanz (un gruppo da ballo, simile alle nostre orchestre da liscio, sulla cresta dell’onda da quasi 50 anni) che il gruppo glam rock Melody Club, chiamato senza successo a raccogliere l’eredità dei The Ark. Non passa il turno neppure Sebastian Karlsson, finalista nel 2007 al debutto: l’esclusione dal ripescaggio della sua No One Else Could per poco più di 1.500 voti ne marcherà irrimediabilmente la fine della carriera.

È molto sfortunata invece Anniela Andersson, che riesce ad entrare nella rosa dei 32 con Elektrisk (Elettrico) dopo essere stata scartata i due anni precedenti: un forte calo di voce il giorno della semifinale ne pregiudica irrimediabilmente le possibilità, lasciandola fuori dalla qualificazione per poco più di cinquemila voti dopo un’esibizione non per sue colpe zoppicante (fosse entrata al secondo turno come quinta avrebbe buttato fuori Loreen, e chissà come sarebbe cambiata la storia da lì in poi)

Melodifestivalen 2012

Date: 4 febbraio – 10 marzo 2012
Conduttori: Gina Dirawi, Sarah Dawn Finer e Helena Bergström
Vincitore: Loreen, Euphoria
Piazzamento all’Eurovision Song Contest: 1° classificata, 372 punti

Dopo il secondo posto dell’anno precedente, tutti sono concordi nel ritenere Danny Saucedo il primo candidato alla vittoria del Melodifestivalen 2012. Tra le tante canzoni che gli vengono proposte, il cantante decide di presentarsi con Amazing – un brano che da subito non sembra all’altezza delle potenzialità dell’interprete, “nobilitato” soltanto da uno staging legato a una tuta LED che non aggiunge e non toglie niente all’esibizione. Restato in vetta alla classifica delle scommesse per il primo mese del contest, viene superato da Euphoria di Loreen (uno dei pezzi che lui stesso aveva scartato) all’inizio della settimana decisiva.

Fin dalla prima esibizione si capisce che Euphoria è una canzone speciale. La performance sul palco, concentrata per tutti i tre minuti sull’artista e il ballerino che danza con lei, si distacca completamente dagli standard del Melodifestivalen per tutte le proposte dance in gara fino a quel momento – creando un’atmosfera intima e allo stesso tempo un legame tangibile con il pubblico. Senza il bisogno di inventarsi niente musicalmente (il brano, scritto da Thomas G:son e Peter Boström, riprende i cliché e le atmosfere della dance di inizio millennio) Loreen riesce a mettere in campo qualcosa di profondamente nuovo e stravolgente, ottenendo il riscontro entusiastico di spettatori e critica.

La finale del Melodifestivalen, inizialmente pensata come uno scontro a due tra Loreen e Danny (quest’ultimo tenuto in corsa dalle giurie, con 92 punti contro i 114 dell’artista di origine berbera), nella pratica non ha storia. Non bastano ad Amazing i 458.388 voti raccolti (all’epoca un risultato stellare, meno soltanto dei The Ark cinque anni prima) per contrastare i 670.551 raccolti da Euphoria, record che rimarrà imbattuto fino all’introduzione del voto via applicazione.

Due mesi più tardi sarà la volta dell’Eurovision: Loreen riporta la Svezia sul tetto d’Europa dopo tredici anni, portando a casa 372 punti (secondo punteggio più alto di sempre fino ad allora) con un record assoluto di 18 set di 12 punti. Ma sarà la storia a incoronare Euphoria come il brano più rappresentativo dell’era moderna di Eurovision: non solo verrà votata dai fan come la miglior canzone di sempre nel tradizionale sondaggio di Capodanno di ESCRadio per dieci anni consecutivi, ma verrà riconosciuta anche al di fuori dal contesto eurovisivo come una delle migliori canzoni pop della decade.

Un successo e un amore collettivo che durano tuttora e ancora oggi, a quasi dieci anni dalla prima esibizione di Loreen sul palco della VIDA Arena di Växjö, non accennano a smettere.

Il resto della classifica fa un po’ da contorno allo scontro fra Loreen e Danny, con gli altri brani in corsa che raccolgono davvero le briciole. In terza posizione si piazza Soldiers di Ulrik Munther, promettentissimo cantautore 17enne di Kungsbacka che aveva già vinto sempre in rappresentanza della Svezia un’edizione del MGP Nordic (una sorta di Junior Eurovision che riuniva i paesi scandinavi).

Subito dietro David Lindgren, chiamato al debutto all’ultimissimo per sostituire un brano rimasto senza artista: la sua canzone si intitola Shout It Out ed anch’essa, come Euphoria, era stata in precedenza “passata” da Danny Saucedo (con il titolo di To The Sky).

Quinto posto invece per Molly Sandén che porta sul palco la separazione, freschissima nelle riviste di gossip, dal fidanzato Eric Saade in una ballad strappalacrime (Why Am I Crying?) che rappresenta la sua prima vera svolta artistica.

Fa ancora bene l’heavy metal (stavolta Mystery dei Dead By April, già al Melodifestivalen per un’ospitata l’anno prima) ma il successo vero e proprio è quello di due act un po’ in là con gli anni che contro ogni pronostico riescono a guadagnare l’accesso alla finalissima.

Il primo è quello di Thorsten Flinck, attore teatrale e regista che si porta dietro la sua band Revolutionsorkestern (“L’orchestra della rivoluzione”) e conquista un’ottava posizione con Jag reser mig igen (Io mi rialzo ancora) un pezzo riflessivo che invita a superare le difficoltà della vita.

Meno seria è la partecipazione dello scrittore Björn Ranelid, al debutto al Melodifestivalen passati i sessanta, con un brano scritto da lui che celebra il miracolo (Mirakel) della vita ovvero l’amore che muove il mondo: la performance, a metà tra spoken verse ed eurodance dozzinale eseguita da una cantante vera (Sara Li), si merita sicuramente un posto negli annali della musica trash eurovisiva.

La rivelazione di quest’anno è però Sean Banan, personaggio inventato dal comico iraniano Sina Samadi. Lanciato dal mondo del web con il singolo-tormentone Skaka rumpa (Muovi le chiappe), Sean arriva a un passo dalla finale con Sean den förste Banan (Sean Banan il primo), una canzone ironica e sopra le righe che “racconta” in modo sarcastico la sua vita da immigrato e fa il verso ai reali di Svezia (con tanto di citazione: il bambolotto che porta sul palco è la caricatura di Estelle, prima figlia dei principi Daniel e Victoria nata da pochi giorni).

Infine, una menzione per due brani dimenticati ma che avrebbero a mio avviso meritato molto di più nel grande schema delle cose. Carolina Wallin Pérez partecipa con Sanningen (La verità), prodotta dalla popolarissima rock band Kent e chiaramente ispirata alle loro sonorità: il suo percorso sarà molto breve (uscirà in semifinale senza lasciare il segno) e si chiuderà lì anche la sua carriera discografica.

Non passa il turno nemmeno Thomas Di Leva, eccentrico artista voluto a tutti i costi da Björkman dopo anni di corteggiamento: Ge aldrig upp (Non arrenderti mai) non rimane negli annali del Melodifestivalen, ma resta nel panorama musicale svedese come una delle più belle testimonianze d’amore per la vita e di vero e proprio empowerment mai scritte.

Melodifestivalen 2013

Date: 2 febbraio – 9 marzo 2013
Conduttori: Gina Dirawi e Danny Saucedo
Vincitore: Robin Stjernberg, You
Piazzamento all’Eurovision Song Contest: 14° classificata, 62 punti

Chi deve succedere a Loreen? L’edizione 2013 del Melodifestivalen ha il duro compito di trovare un rappresentante per la Svezia che all’Eurovision gioca in casa: l’imperativo è fare bella figura e invertire la tendenza che vuole il paese ospitante piazzarsi nelle retrovie, senza rischiare allo stesso tempo una seconda vittoria consecutiva. Il candidato prescelto da SVT sembra essere Ulrik Munther, che con Tell The World I’m Here ha tutte le caratteristiche per farcela: faccia pulita, brano orecchiabile e performance curata nel minimo dettaglio.

Sennonché alla prima finale succede l’imprevisto: Kevin Rehn Eires, androgino interprete del visual kei giapponese che si presenta sul palco sotto lo pseudonimo di YOHIO, ottiene i favori del pronostico e sale al primo posto della graduatoria delle scommesse con Heartbreak Hotel (un brano costruito per il Melodifestivalen, al di fuori dagli stilemi classici dell’artista ma riportato a un più tranquillizzante pop/rock anni ’00). È una tempesta perfetta aiutata da frotte di ragazzine adoranti che nessuno sembra poter fermare davvero e minaccia l’immagine “ripulita” che la Svezia sta provando a ricostruirsi sulla scena eurovisiva.

Chi riesce a fermare l’ascesa di YOHIO sono in primis le giurie (che lo relegano alla nona posizione su dieci in finalissima) e in subordine Robin Stjernberg, 22enne fresco di secondo posto ad Idol che con You rientra in gara dalla serata di ripescaggio e in finale riesce a sovvertire i pronostici vincendo proprio grazie ai giurati, malgrado il televoto regali a Heartbreak Hotel la prima posizione per quasi centomila voti di distacco.

Sarà un verdetto estremamente controverso che però non intaccherà la carriera di Robin, oggi stimato autore e produttore per buona parte della scena musicale svedese (eurovisiva e non). Ad oggi è l’unico artista ad aver vinto il Melodifestivalen sfruttando l’Andra Chansen, ossia appunto la serata di ripescaggio.

In uno scenario dominato ormai dal pop maschile (Robin, YOHIO, Ulrik, Anton Ewald ex corista e ballerino che chiude quarto al debutto da solista) colpisce tantissimo il quinto posto di Louise Hoffsten, 46enne cantautrice che soffre di sclerosi multipla e per questo è costretta a non girare dal vivo la “cartolina” in cui gli artisti salgono sul palco nel pre-esibizione.

Le atmosfere country della sua Only The Dead Fish Follow The Stream (scritta dallo stesso team che aveva vinto l’Eurovision per l’Azerbaijan due anni prima) colpiscono il pubblico quasi quanto l’allegra e trascinante Copacabanana di Sean Banan, premiata dal pubblico ma – per ovvie ragioni – bloccata anch’essa sul più bello dalle giurie nazionali.

C’è spazio anche per Ralf Gyllenhammar con Bed On Fire (ballata rock al pianoforte che ripercorre i fasti di Nicke Borg due anni prima), il ritorno di David Lindgren con un pezzo non all’altezza del precedente, e soprattutto la rimpatriata di quattro stelle della musica svedese: Tommy Körberg (già dodicesimo all’Eurovision 1988 con l’iconica Stad i ljus (Città nella luce)), Claes Malmberg, Johan Rabaeus e Mats Ronander, tutti assieme sul palco sotto il nome di Ravaillacz.

Il brano che portano si intitola En riktig jävla schlager (Un vero f…to schlager) e nasce come ironica risposta alle tante proteste nate dalla progressiva scomparsa del genere dalla competizione: il tutto sulla musica di un curioso e trascinante schlager tedesco, che prende in giro apertamente e senza peli sulla lingua la “deriva” moderna del pop leggero al Melodifestivalen e all’Eurovision.

Tra gli esclusi – in un’edizione complessivamente sottotono rispetto alle precedenti – vale la pena segnalare sicuramente Martin Rolinski, ex voce dei BWO ora al debutto solista, la cui In And Out Of Love arriva a 2.175 voti dall’eliminare l’eventuale vincitore nell’ultimo duello del ripescaggio. Si brucia un po’ anche Caroline af Ugglas che torna in gara quattro anni dopo l’exploit del 2009 ma non le va ugualmente bene con Hon har inte (Lei non ha).

Infine, il duetto fra Erik Segerstedt degli E.M.D. e la stella della musica norvegese Tone Damli: la corsa della loro Hello Goodbye, iniziata con premesse ben più entusiastiche, si ferma per pochissimo al primo turno dell’Andra Chansen.

Melodifestivalen 2014

Date: 1 febbraio – 8 marzo 2014
Conduttori: Nour El-Refai e Anders Jansson
Vincitore: Sanna Nielsen, Undo
Piazzamento all’Eurovision Song Contest: 3° classificata, 218 punti

Un’altra sfida al fotofinish è quella che caratterizza l’edizione del 2014: separate da soli due punti sono Ace Wilder con Busy Doin’ Nothin’ e Sanna Nielsen, finalmente vincitrice alla settima partecipazione, con Undo.

La debuttante Ace, vincitrice della classifica della giuria con 97 punti contro i 90 di Sanna, viene rimontata dall’avversaria che gliene sfila nove (122 a 113) al televoto: sarà una scelta lungimirante da parte del pubblico svedese, che consentirà alla Svezia di portare a casa un altro bronzo eurovisivo dietro a Conchita Wurst e agli olandesi The Common Linnets.

E pensare che l’avventura di Ace Wilder (pseudonimo della 32enne Alice Gernandt) non era iniziata esattamente nel migliore dei modi. Arrivata in gara da sconosciuta quasi totale, aveva stentato a passare il turno nella sua semifinale – superando a stento il primo turno e guadagnandosi la finale con un exploit che le aveva permesso di superare gli State of Drama per meno di novecento voti.

Eppure è da lì che si innesta il suo momentum, con gran parte del pubblico che rivaluta progressivamente Busy Doin’ Nothin’ fino a spingerla a un soffio dalla vittoria. Per Ace ci sarà il successo di una hit estiva e quello discografico, che se pure non la porterà fuori dalla Svezia la farà tornare molto presto al Melodifestivalen.

Gli Alcazar tornano in gara con un brano (Blame It On The Disco) che riassume in tre minuti la loro discografia e si congedano definitivamente dal Melodifestivalen con un altro terzo posto: proveranno a tornare quattro anni dopo, per festeggiare l’imminente scioglimento e gli annessi 20 anni di carriera, ma il loro pezzo sarà scartato dalla commissione di selezione.

Dietro di loro un’altra gloria del mondo eurovisivo, la cantante di origini greche (ma nata in Svezia) Helena Paparizou già terza all’Eurovision 2001 con gli Antique e poi prima nel 2005, sempre per la Grecia, col brano My Number One: al debutto al MF cambia genere e si presenta con un brano più maturo ma ugualmente d’effetto, un midtempo pop-rock che verrà apprezzato soprattutto dalle giurie.

Torna in cerca di rivincita anche YOHIO, ancora scottato dal secondo posto dell’anno passato, ma l’hype dell’anno passato è svanito o quasi e non lo riabilita il presentarsi in gara con lo scarto di uno degli ultimi album di Andreas Johnson (che lo firma assieme a Peter Kvint).

Va ugualmente male ad Anton Ewald anche lui reduce del 2013, mentre fanno meglio tre giovani debuttanti: Ellen Benediktson, scoperta da Christer Björkman alle prove dell’Eurovision 2013 dove aveva partecipato come cantante stand-in per l’esibizione della Francia; Oscar Zia, cantante e modello di origini italiane che ripercorre i fasti delle boyband con Yes We Can; soprattutto Linus Svenning, cantautore della Scania al debutto su un palco importante che fa commuovere tutta la Svezia con la ballata Bröder (Fratelli) dedicata al fratello maggiore Jim morto di polmonite.

Non c’è spazio in una finale tutto sommato estremamente combattuta per la band alternative metal Outtrigger, che porta in gara uno dei brani più “duri” mai osati in questo contesto (addirittura costringendo SVT a censurare in parte la loro performance per non spaventare troppo il pubblico più giovane). Come la loro Echo, si ferma all’ultimo step della serata di ripescaggio la corsa di När änglarna går hem (Quando gli angeli vanno a casa) di Martin Stenmarck, che torna in gara dopo nove anni per esorcizzare i fantasmi della “vittoria rubata” del 2005 e non ci riesce del tutto.

Debutta anche il cileno Alvaro Estrella, corista e ballerino di lunghissima data che avrà successo più avanti (malgrado il flop abbastanza preventivabile di Bedroom, un pezzo dance arrivato in gara già datato di una decina d’anni buona) mentre si chiude presto la partecipazione di Dr. Alban, artista nigeriano re della dance degli anni ’90 – It’s My Life, sua hit del 1992, fu #1 anche in Italia – qui chiamato a risollevare la sua carriera assieme a quella di Jessica Folcker.

Un brano infarcito di world music e una performance non all’altezza del palco più temuto di Svezia sanciranno la loro eliminazione, per soli 856 voti, da parte dei già citati Outtrigger.

Melodifestivalen 2015

Date: 7 febbraio – 14 marzo 2015
Conduttori: Robin Paulsson e Sanna Nielsen
Vincitore: Måns Zelmerlöw, Heroes
Piazzamento all’Eurovision Song Contest: 1° classificata, 365 punti

L’edizione 2015 del Melodifestivalen è l’occasione per alcune piccole modifiche al regolamento, che danno una rinfrescata a un impianto che per forza di cose inizia a ripiegarsi su sé stesso. Il cast viene ridotto da 32 a 28 brani in concorso, ma 12 di questi (e non più 10) vengono ammessi alla finalissima; almeno il 50% delle canzoni in gara deve avere una o più autrici femminili; viene introdotto il voto gratis via app, che malgrado una partenza un po’ zoppicante – lo vedremo in seguito – andrà ad affiancare stabilmente il classico voto via telefono e ci rimarrà con successo e numeri da capogiro fino ai giorni nostri.

Dopo Sanna Nielsen (che ritorna e fa un’ottima figura come conduttrice) arriva una nuova passerella d’onore per un altro grande deluso del quinquennio precedente: reduce da uno studio album dal riscontro commerciale non esaltante, Måns Zelmerlöw si ributta nella mischia e con il brano Heroes (firmato dai coniugi Joy e Linnea Deb, già vincitori due anni prima come autori) domina la competizione dal primo all’ultimo metro.

Il brano, un midtempo dance-pop che ricorda da vicino Lovers On The Sun di David Guetta, resta nella memoria in particolare per la messa in scena – uno schermo LED che permette a Måns di interagire virtualmente con un pupazzo-bambino, lanciando un messaggio di lotta al bullismo che riprende l’esperienza di vita dell’artista stesso.

È una performance costruita in tutto e per tutto per la televisione, rendendo solo se osservata da un punto preciso della platea – ma all’Eurovision di Vienna sarà una scelta vincente, che non solo porterà alla Svezia il sesto titolo ma ispirerà negli anni a venire innumerevoli tentativi di imitazione. Al netto di un brano invecchiato forse non bene quanto Euphoria, Måns Zelmerlöw resta tutt’oggi uno degli artisti più popolari della scena eurovisiva (figurerà come conduttore nell’edizione successiva del contest e tornerà spessissimo come ospite d’onore sia all’ESC che in eventi collaterali legati alla sua bolla).

Il secondo posto lo conquista Jon Henrik Fjällgren, ragazzo colombiano adottato in tenera età da una famiglia sami e salito alla notorietà vincendo l’edizione 2014 di Talang Sverige (l’emanazione svedese del format Got Talent) con la sua reinterpretazione di brani della tradizione lappone.

Il pezzo che porta in gara si intitola Jag är fri (Manne leam frijje) (Io sono libero) e combina un classico pop etnico retto da un coro a una melodia joik, il “canto” tradizionale sami simile allo yodel delle Alpi svizzere, eseguita da Jon Henrik in costume tradizionale. Una esibizione particolare e di atmosfera che però non convince del tutto, risultando un po’ artefatta e troppo distante dai canoni tradizionali dell’Eurovision per guadagnare il supporto di giurie e spettatori.

Sostenutissima dalle giurie è Mariette Hansson, artista LGBT che non più giovanissima arriva al debutto dopo essersi fatta conoscere nel 2009 tramite il talent show Idol. La sua Don’t Stop Believing raggiunge un meritato terzo posto, seguita dal popolarissimo cantante country Hasse Andersson che con l’allegra Guld och gröna skogar (Foreste gialle e verdi) – ispirata alle tradizionali celebrazioni per il solstizio di mezza estate – porta a casa un numero esorbitante di televoti e recupera dalla dodicesima alla quarta posizione.

La partecipazione di Hasse sarà macchiata da un’accusa di autoplagio all’autore Anderz Wrethov, accusato di avere copiato la melodia di un brano pop giapponese (Tanabata Matsuri dei Tegomass) scritto da lui stesso nove anni prima; non solo non se ne farà niente, ma Guld och gröna skogar risulterà anche uno dei brani più venduti in Svezia per l’anno 2015.

Altro ritorno pesante è quello di Eric Saade, che con Sting si ferma al quinto posto e compie un passaggio a vuoto che non riesce a rilanciarne la carriera; stesso discorso vale per Linus Svenning, sesto con Forever Starts Today ma incapace di capitalizzare sul successo dell’anno precedente.

Debuttano con un buon ottavo posto Samir e Viktor, duo pop proveniente dalla sfera dei reality show e indirizzato a un pubblico di giovanissimi, anche loro lanciando un messaggio contro l’odio online tramite la loro Groupie (Selfie di gruppo) mentre è nono ma acclamatissimo dal pubblico più navigato Magnus Carlsson, ex voce dei Barbados e degli Alcazar, che otto anni dopo la sua ultima partecipazione riporta sul palco del Melodifestivalen il vero schlager svedese con Möt mig i Gamla Stan (Incontrami a Gamla Stan): arriverà anche in Italia, complice il TG satirico Striscia la notizia che ne manderà in onda all’interno del segmento “I nuovi mostri” la performance sopra le righe dell’interprete chiamato a tradurne il brano nella lingua dei segni.

Il successo di YOHIO porta SVT ad esplorare altre sfumature della cultura giapponese che, anche tramite il mondo dei manga e degli anime, vive un periodo di grande successo fra i giovanissimi: arrivano le Dolly Style, gruppo femminile creato a tavolino da Emma Nors e Palle Hammarlund sulla figura di tre “bambole” (Molly, Polly e Holly) e un tema ispirato alla sottocultura del fairy kei e dello stile di moda Lolita.

Hello Hi sarà il loro debutto sul palco del Melodifestivalen, a cui seguiranno due ritorni (2016 e 2019) con un continuo avvicendamento delle interpreti dietro ai tre personaggi (parliamo di ben dieci cantanti e otto lineup diverse al momento in cui scrivo!) e un documentario in cui le ragazze uscite dal gruppo accuseranno i loro creatori di maltrattamenti e sfruttamento.

L’implementazione del voto via app si apre con un crash del sistema nel corso della prima puntata: un blocco di programmazione impedisce a molti di votare per le prime canzoni in gara e la correzione di SVT arriva soltanto a metà serata.

Ne fa le spese Molly Pettersson Hammar, altra artista uscita dal circuito Idol su cui Björkman puntava tantissimo: il risultato viene convalidato e I’ll Be There si ferma in sesta posizione, non riuscendo a qualificarsi per la fase successiva. Un altro problema con il voto via app accadrà durante la finalissima, ma in quel caso verranno ritenute valide soltanto le preferenze arrivate via telefono (sancendo la vittoria di Måns con quasi il doppio dei voti del secondo classificato).

Melodifestivalen 2016

Date: 6 febbraio – 12 marzo 2016
Conduttori: Gina Dirawi (con co-conduttori diversi ad ogni puntata)
Vincitore: Frans Jeppsson-Wall, If I Were Sorry
Piazzamento all’Eurovision Song Contest: 5° classificata, 261 punti

La nuova “caccia” al rappresentante in casa per l’Eurovision di Stoccolma vede un’altra vittoria a sorpresa: Frans Jeppsson-Wall, 17enne artista di Ystad al debutto nella musica “dei grandi” dopo avere segnato una hit virale nel 2006 con una canzone dedicata alla stella del calcio Zlatan Ibrahimović, conquista il Melodifestivalen con la ballata pop If I Were Sorry e diventa il secondo più giovane vincitore di sempre dietro a Carola Häggkvist (appena 16enne ai tempi della sua prima vittoria nel 1983).

Per Frans l’Eurovision sarà un’esperienza positiva che darà alla Svezia l’ennesimo buon risultato: alla fine sarà quinto assoluto, secondo miglior risultato per la nazione ospitante nell’era moderna dopo il quarto posto dell’azera Samira Babayeva nel 2012.

In un’edizione senza storia (grazie al nuovo metodo di voto via app, finalmente funzionante a dovere, Frans porta a casa da solo quasi due milioni di preferenze) a spuntare la gara per il secondo posto è Oscar Zia: il ragazzo di origini trevigiane, fresco di coming out, strappa un’ottima medaglia d’argento con il brano Human firmato da Smith & Thell. Subito dietro Ace Wilder, già seconda nel 2016, a questo giro un po’ meno devastante del previsto ma ancora in grado di far ballare tutta la Friends Arena con la sua Don’t Worry.

Al quarto e quinto posto troviamo due nomi che faranno parlare a lungo negli anni a venire. Wiktoria Johansson è l’ultima scommessa della casa discografica MoonMan Records: a soli 19 anni debutta con Save Me e arriva seconda nel voto del pubblico, sfruttando al massimo uno show intelligente quanto ruffiano incentrato su una performance di videomapping.

La segue Robin Bengtsson, ex promessa della musica svedese finito un po’ nel dimenticatoio a otto anni di distanza dalla sua partecipazione ad Idol: il suo brano Constellation Prize, inizialmente partito per evitare l’eliminazione in semifinale, accumula consensi fino alla qualificazione a sorpresa e la quinta posizione finale.

I corsi e ricorsi storici bruciano la favorita della vigilia Molly Sandén, tornata in gara dopo quattro anni dall’ultimo tentativo con Youniverse – un brano pop scritto a quattro mani con il nuovo fidanzato, nientemeno che quel Danny Saucedo già secondo nel 2011 e 2012.

Anni più tardi sarà la stessa Molly a dichiarare di essersi convinta a partecipare dietro la spinta di Danny, convinto di avere per le mani un brano con le potenzialità per vincere il Melodifestivalen: come già successo anni prima (quando aveva scartato Euphoria per Amazing) il suo istinto finirà per tradirlo e regalerà a Molly un deludentissimo sesto posto.

Per la cantante di Huddinge sarà l’ultima partecipazione prima di ritrovarsi, qualche anno più avanti, in una nuova carriera indie e del tutto fuori dalla sfera eurovisiva (salvo la sua partecipazione al film Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga come interprete del brano Húsavík (My Hometown), che le varrà una nomination agli Oscar come miglior canzone originale).

Quella del 2016 è un’edizione che vede tanti ritorni, alcuni magari non particolarmente attesi o richiesti: chiudono la classifica della finale David Lindgren (che con We Are Your Tomorrow centra la terza finale consecutiva su tre tentativi) e Samir & Viktor, massacrati dalle giurie internazionali con un sonoro zero per il loro spogliarello a conclusione di Bada nakna (Fare il bagno nudi).

Decimo classificato, e in qualche modo rivelazione dell’edizione, è invece Boris René Lumbana – calciatore della serie B svedese che porta in gara con grande presenza scenica le atmosfere soul della sua Put Your Love On Me. Dopo aver messo da parte la carriera sportiva per dedicarsi a tempo pieno alla musica, tornerà a calcare i campi di gioco nel 2019 e ci rimarrà per altre due stagioni.

Infine, un piccolo scandalo che crea non poco imbarazzo a SVT: Anna Book, cantante schlager al rientro dopo nove anni, viene squalificata due giorni prima della sua semifinale quando si scopre che il brano da lei presentato Himmel för två (Un paradiso per due) è stato già presentato dagli stessi autori, con un titolo diverso, nella selezione moldava per l’Eurovision 2014.

Dopo una protesta dello staff dell’artista (proclamatasi fin da subito estranea alla vicenda) le verrà concesso all’ultimo di esibirsi fuori concorso, mettendo una pezza alla situazione ma non spiegando come uno scarto di un’altra finale nazionale si sia potuto ritrovare in gara a due anni di distanza nella selezione più competitiva e seguita d’Europa.

Dossier Melodifestivalen, qui puoi consultare tutti e quattro i nostri speciali approfondimenti: Prima ParteSeconda ParteTerza ParteQuarta Parte.

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