32 anni fa Toto Cutugno vinse l’Eurovision 1990. Fu l’ultimo italiano prima dei Måneskin

5 maggio 1990. Per 31 anni e più, fino alla notte indimenticabile del 22 maggio 2021, è stata l’ultima volta in cui si è potuto dire: “L’Italia ha vinto l’Eurovision Song Contest”. O meglio, l’Eurofestival: così lo conoscevamo al tempo dalle nostre parti.

Toto Cutugno

Toto Cutugno, i secondi posti

Fino a quella data Toto Cutugno era diventato quasi “l’eterno secondo”, l’uomo che il Festival di Sanremo l’aveva vinto una sola volta, nel 1980, con quella “Solo noi” che è poi diventata una pietra miliare della sua discografia. Ma non solo: ha anche segnato la nascita di una nuova era, dopo anni difficilissimi per la rassegna dei fiori.

Ma la canzone che gli ha dato la grandissima popolarità, paradossalmente, seconda non è arrivata: “L’italiano“, nel 1983, fu quinta, prima di diventare uno dei simboli stessi dell’Italia nel mondo. E al Festival ci è tornata, con qualche geniale idea di Francesco Gabbani, nel 2020.

Cutugno arrivava all’Eurovision di Zagabria sulla scia di ben quattro secondi posti consecutivi all’Ariston, nel frattempo depurato dalla piaga del playback, con “Figli“, “Emozioni“, “Le mamme” e “Gli amori“. Quest’ultima canzone è tra le più amate dell’artista, ma ha avuto anche una versione speciale.

Da Sanremo 1990 all’Eurovision

Quell’anno, infatti, a Sanremo era stata restaurata, in forma modificata, la doppia esibizione. E a Cutugno si associò una leggenda senza tempo, quel Ray Charles che mise insieme, dalla versione italiana, l’inglese “Good love gone bad“.

E non si gareggiò nemmeno all’Ariston, ma al Palafiori. Dove vinsero i Pooh, con l’iconica “Uomini soli” e annessa censura del Corriere della Sera, trasformato nel giornale della sera. Teoricamente avrebbero dovuto far tappa loro nella Croazia che al tempo era ancora Yugoslavia.

Ma non furono loro ad andare. E così toccò a Cutugno, quel Cutugno che ancora una volta s’era visto sfuggire la vittoria. La canzone non ci mise molto a esser messa insieme: “Unite Unite Europe” fu l’inizio, e da lì ci fu tutta la costruzione, come spesso ripetuto dall’artista nato a Fosdinovo.

“Unite Unite Europe”

Il seguito fu un susseguirsi di tante cose: la versione del video preview, quella ufficiale, quella poi effettivamente portata in terra slava. E fu lì che mise insieme il suo capolavoro, di furbizia, d’esperienza e di tante altre cose.

Utilizzò le prove come tali, modificando ora quest’elemento, ora quello, fino a creare una specie di tempesta perfetta in una notte nella quale di tributi all’Europa ce n’erano tanti. Lui, però, si era già proiettato nel futuro. “Insieme: 1992”, appunto.

Quell’edizione andò in differita in Italia, un’Italia che al tempo aveva un rapporto complicato con l’Eurovision, saltato già nel 1981, 1982 e 1986. E andava in seconda serata, su quella che allora si conosceva come RaiDue. Commentò Peppi Franzelin, che si divertì con l’eurogatto, raccontò delle prove e parlò anche di una strana disavventura spesso raccontata anche da Cutugno.

Il quale, qualche giorno prima, era andato a farsi un giro in mongolfiera senza avvertire. Finì con una discesa dritto nel fiume, con conseguenze più ilari che spiacevoli.

Quella notte le votazioni iniziarono bene, con l’Italia che volò subito in testa anche con un certo margine. Le difficoltà giunsero a metà, con il sorpasso di Irlanda e anche Francia (Liam Reilly, “Somewhere in Europe“, e Joelle Ursull, “White and Black Blues“). Cutugno, però, riuscì nel recupero e, con i 12 punti dati da Cipro all’Italia, mise una distanza di più di 12 punti (13) tra sé e la seconda posizione. Quanto bastava, con una votazione (quella finlandese) da effettuare.

Peppi Franzelin ci mise qualche secondo a realizzare, confessandosi una non pratica di matematica, che l’Italia aveva vinto. E poi si sciolse in commenti gioiosi, e non pochi. Quindi andò a fare l’intervista dopo la vittoria, sebbene estremamente pressata per andar via presto (ma andava fatta, visto che poi veniva girata in tutta Europa).

Il dopo

Fu la seconda vittoria dell’Italia, che aprì a Cutugno le porte di una buona fetta d’Europa, specie dell’Est. E fu anche l’ultima dell’Italia per lungo tempo, complice anche l’assenza dal 1998 al 2010 estremi compresi. Tre volte qualcuno – Raphael Gualazzi, Il Volo, Mahmood – ha sfiorato il tris. I Måneskin l’hanno compiuto. E anche oggi che, se Franco Fasano in tv ha lasciato intendere il vero, le condizioni dell’artista non sono delle migliori, ancora più forte giunge un pensiero a chi ha segnato un pezzo di storia tricolore eurovisiva.

Condusse l’anno dopo, peraltro. Insieme a Gigliola Cinquetti, vittoriosa nel 1964 e che rivedremo a Torino. Quella conduzione, ritenuta non certo delle migliori per lungo tempo a causa di un certo numero di gaffe, fu condotta in italiano ed è recentemente tornata in voga grazie a Eurovision Again. E tra gli eurofan si è diffuso un autentico marchio di fabbrica: “Allora!”.


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