L’Eurovision Song Contest 2022 visto da una volontaria: l’intervista ad una backstage assistant

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Credits: EBU / Corinne Cumming

Sono stati i protagonisti silenziosi dell’Eurovision Song Contest 2022: stiamo parlando dei volontari che hanno preso parte attivamente all’evento dal backstage del Pala Olimpico fino all’Eurovillage di Parco del Valentino.

Abbiamo avuto il piacere di parlare con una di loro,  Laura, che ha gentilmente condiviso con noi la sua esperienza: quattordici giorni di tanta energia positiva.

Grazie per la tua disponibilità: per prima cosa che emozioni provi oggi, a pochi giorni dalla fine dell’Eurovision?

Sono super contenta. Secondo me devo ancora realizzare bene cos’è stato tutto quanto, forse perché è passato poco tempo o perché è stato fatto a Torino che è la città dove vivo, mi è sembrata una cosa facente parte della mia vita di tutti i giorni.

Ma so che è stata una roba gigantesca di cui sono contentissima. Sono state giornate impegnative ma belle in cui mi è tornata indietro tanta energia positiva. Era una cosa che volevo fare a tutti i costi e ora che l’ho realizzata sono contentissima e appagata di aver raggiunto questo obiettivo.

Facciamo un passo indietro. Come si è svolto il processo di selezione e come sei arrivata a ricoprire il tuo ruolo?

Ero già registrata a Giovani X Torino e mi è arrivata la notifica dell’apertura del bando per i volontari per l’Eurovision. Ho compilato il form con dati personali e disponibilità, i primi risultati ce li hanno comunicati dopo un mese e mezzo. Sono stata selezionata ed invitata ad una prima call in cui hanno spiegato cos’era l’Eurovision e i team che si sarebbero creati, dalla zona accrediti al backstage passando dall’Eurovillage. Questa prima selezione è stata basata più sulle disponibilità per creare squadre che non continuassero a cambiare nei membri.

Ho quindi confermato la disponibilità e indicato quali ruoli, e perché, volevo ricoprire. Ho optato per la figura di backstage assistant, che combaciava bene con il mio profilo e il mio percorso lavorativo. Ho sostenuto quindi un nuovo colloquio individuale con una persona del Comune di Torino – che poi ha seguito il mio team durante tutto l’evento – e il referente delle delegazioni nazionali.

Un paio di giorni dopo ho ricevuto la mail di conferma come backstage assistant con una serie di indicazioni logistiche. Tre settimane prima dell’inizio dell’Eurovision abbiamo fatto un sopralluogo al Pala Olimpico per conoscere il palazzetto e i componenti del mio team.

Quindi come backstage assistant che mansioni hai dovuto svolgere?

Il backstage assistant era una figura intermedia. Bisognava conoscere tutti gli spazi del Pala Olimpico, anche quelli costruiti intorno come la delegation bubble. Ogni giorno avevamo le scalette e facevamo riferimento ai backstage manager della Rai, che erano in contatto con il regista e il direttore di palco.

Eravamo un team di 40 persone e ognuno seguiva due delegazioni diverse al giorno, così lavoravamo in coppia per seguire bene tutto ed è stato bello perché abbiamo lavorato con tutte le nazioni alla fine. Ogni delegazione era composta da almeno 15 persone, e arrivava al Pala Olimpico con i delegation host, i volontari che facevano da accompagnatori fuori dal palazzetto, da quel momento ci occupavamo noi di loro.

Andavamo a presentarci, li portavamo ai camerini e gli davamo indicazioni sugli orari, ad esempio se dovevano provare alle 15, noi gli dicevamo di essere pronti per le 14. All’ora stabilita andavamo a prendere chi sarebbe salito sul palco più al massimo altre 4 persone della delegazione. Con questo gruppo andavamo nel backstage dell’arena, venivano microfonati, poi chi si esibiva veniva mandato dal backstage manager mentre il resto della delegazione mi seguiva in una sala dove visionava la prova. Infine rientrati gli artisti ci si spostava in un altro spazio dove rivedevano insieme il girato con un altro regista e il light designer per dare indicazioni.

Questo durante le prime prove, a porte chiuse, durante i live nell’ultima settimana non era più necessario rivedere l’esibizione ma in compenso dovevano scendere già pronti per salire sul palco. Dovevamo fargli rispettare gli orari e accompagnarli nelle varie fasi fino a farli arrivare on-stage.

Quindi la cosa difficile in questo lavoro, a cui dovevi prestare maggiormente attenzione, era far rispettare i tempi?

Sì, ma in realtà avendo due delegazioni, finita una andavi a prenderne un’altra. Essendo poi in due per ogni delegazione era tutto molto veloce. Una volta che portavi su la tua delegazione già dovevi scendere con quella successiva. Non ho avuto momenti in cui questa cosa mi è pesata, un po’ perché è un mondo che conosco e poi perché mi sono trovata molto bene con tutte le delegazioni.

Sicuramente rispetto alle prove della prima settimana in cui il clima era molto più rilassato in cui eravamo tutti amici, sotto evento, anche tra di loro, la tensione incominciava ad esserci. Se all’inizio parlavi tanto anche con gli artisti, quando si avvicinava la gara cercavano di stare nei camerini in cerca di tranquillità. Quindi ti trovavi a parlare solo con il manager perché l’artista aveva bisogno di parlare solo con una persona e non con mille.

In generale mi sono trovata bene per un discorso di empatia. Poi una volta capito che tutto si basava sui tempi stabiliti da rispettare e trovandomi bene nel mio team, con cui è stato bello stare insieme, tutto è stato più facile.

Dal tuo punto di vista quali sono state le delegazioni più simpatiche? E invece artisti particolarmente tesi a ridosso della loro esibizione?

La delegazione norvegese era super particolare. Anche nel backstage giravano mascherati e non parlavano mai con te. Io non li ho mai sentiti parlare.

Tutti erano super carini, dopo la finale tutti si sono rilassati e ci siamo ritrovati nella zona chill-out a bere una cosa e a cantare insieme.

Hai qualche aneddoto particolare?

Era bello vedere le mille trasformazioni, il cambiamento delle scenografie, i costumi da mettere all’ultimo poco prima di salire sul palco. Ho seguito un paio di volte il cantante australiano, Sheldon Riley, aveva una gonna pesante 40 chili, per portarla dovevamo essere in 4 persone perché era davvero pesante: dovevamo portarla su e giù dalle scale che separavano i camerini dall’arena. Poi poteva indossarla solo all’ultimo secondo e aveva pure un bagaglio esclusivamente per questa gonna.

Poi è stato bello il fatto che i primi giorni magari le canzoni le avevi sentite ma alla fine, tutti – volontari, quelli del Comune, organizzatori, sala stampa – conoscevano tutte le canzoni e sembrava di stare ad un concerto. Quando partiva la canzone della Serbia (“In corpore sano” di Konstrakta n.d.a.) in qualsiasi zona tutti quanti iniziavano a battere la mani a ritmo!

Nei momenti in cui finiva lo spettacolo e c’era da provare le votazioni, noi del backstage, che avevamo finito il nostro lavoro con le delegazioni, sostituivamo i paesi nella green room. È stato particolare, in quel caso facevamo i figuranti e abbiamo anche provato le premiazioni con la salita sul palco dei vincitori.

Hanno fatto vincere la Serbia, quindi i volontari che erano sui divanetti della Serbia sono stati fatti salire sul palco, è stata rimessa la scenografia e i membri del team backstage sul palco, ormai conoscendo bene la canzone, hanno rifatto la performance pari pari con il pubblico che batteva le mani. Molto divertente.

Potrei raccontartene mille altri, nel backstage succedeva di tutto, abbiamo fatto la “ola” a Cattelan mentre usciva alla termine della finale… Bellissimo.

Nei giorni precedenti all’Eurovision Song Contest 2022 si è parlato molto dei volontari, costruendo attorno a loro una polemica sterile, vista da dentro come l’hai vissuta?

Mi dispiace che ci siano state queste polemiche, alimentate da persone esterne che prendono voce e sentono il diritto di poter parlare per persone che invece l’hanno vissuta benissimo, contenti della scelta che hanno fatto. Nessuno tra tutti i volontari con cui ho parlato e lavorato non era contento alla fine.

In realtà poi tutto il percorso e le informazioni erano chiare fin dall’inizio, era una nostra responsabilità accettare o meno. Sapevamo che eravamo volontari, che saremmo stati impegnati per 2 settimane – non per mesi – e cosa ci sarebbe stato dato. Non ci era stato promesso niente di più e niente di meno di ciò che abbiamo avuto. Non aveva senso lamentarsi del perché non mi arrivano altre cose, se avessi voluto altro avrei cercato da un’altra parte.

Forte della tua esperienza, se dovessi consigliare ad un ragazzo o ad una ragazza di partecipare all’Eurovision come volontario o volontaria, cosa diresti?

Per me è stato bellissimo che l’Eurovision sia stato fatto a Torino, in Italia dove l’evento non si conosceva così tanto come altrove. Sono arrivati volontari da tutta Europa per partecipare, anche nel mio team una decina di volontari erano stranieri, venuti apposta. Si respirava un clima internazionale nel lavorare insieme a questa cosa, è stato magico.

Se ti piace il mondo della musica e della televisione, questa è la cosa più grande che esiste che mischia le due cose. Ma io lo consiglio a tutti, aldilà che piacciano o meno questi due mondi o che si tratti di Eurovision o altri festival.

È un’attività che aiuta ad aprirsi e permette di lavorare in gruppo con altre persone con una connotazione internazionale – un valore aggiunto gigantesco – infatti delle persone sono state disposte a pagare per prendere un aereo e venire in Italia pur di venire in Italia e lo hanno fatto volentieri perché per loro era importante sentirsi parte di questo evento.

L’esperienza di fare la volontaria all’Eurovision va presa nella sua totalità: in due settimane il lavoro, anche piccolo, di tutti quanti ha portato a costruire tutto quello spettacolo. Ti ritorna il fatto che è anche grazie a te e al tuo team se quella cosa è stata fatta. Poi quando il tuo gruppo è formato da persone con background e nazionalità diverse è ancora più bello e stimolante.

Non è stata la prima volta per me, quando c’è la possibilità partecipo sempre perché sento che ciò che sto facendo può servire ad un contesto più grande, specialmente quando posso farlo nella città in cui vivo perché mi fa sentire che la città cresce, si sviluppa e diventa più bella grazie anche al mio contributo. Non è solo la città che deve fare le cose per me, io dono e poi la comunità mi restituisce: questa è la cosa bella di aver fatto la volontaria all’Eurovision Song Contest.


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