Eurovision 2024: Israele e il testo-gate. Doppia bocciatura, canzone ufficiale il 10 Marzo

Eden Golan

La partecipazione di Israele all’Eurovision Song Contest 2024 è confermata, anche se l’ufficialità arriverà solo il 10 Marzo. Ma le due canzoni sottoposte al vaglio di EBU verranno modificate nel testo e nuovamente sottoposte al vaglio di EBU.

Il 10 Marzo non è una data casuale perché è il giorno prima dell’Head of Delegation Meeting, la tradizionale riunione dei capidelegazione che precede l’ordine di uscita ufficiale: per quella data infatti, tutte le canzoni dovranno obbligatoriamente essere già state sottoposte ed approvate dalla EBU, restando possibile l’annuncio delle stesse nei giorni immediatamente successivi da parte di singoli Paesi, situazione già verificatesi in passato.

KAN, la tv pubblica di Israele infatti, dopo un lungo tira e molla ha deciso di accettare le sollecitazioni che le sono arrivate dal presidente della Repubblica Yitzhak Herzog e accogliere la richiesta di EBU a presentare un brano il cui testo non lasci spazio a possibili interpretazioni politiche ed in particolare a posizioni unilaterali sul conflitto in corso.

Cosa è successo: il riassunto

Per il Paese ebraico, terzo lo scorso anno con “Unicorn” di Noa Kirel, sono stati tre mesi infuocati con EBU subissata dalle proteste dei fan che chiedevano la squalifica a seguito delle vicende che stanno caratterizzando ormai da mesi la guerra nella striscia di Gaza.

Come vi avevamo annunciato, c’erano due canzoni sotto esame ed EBU si era riservata di passare al vaglio i testi dei brani affidati ad Eden Golan, vincitrice del talent show andato in onda su Keshet 12, la tv privata che supporta KAN nella partecipazione.

L’attento esame ha portato alla bocciatura  di entrambi i brani: “Dancing Forever” fa infatti riferimenti al massacro compiuto da  Hamas nel raveparty sul confine con Gaza, mentre “October Rain” già dal titolo fa capire il riferimento a quello stesso 7 ottobre ed al massacro di civili perpetrato dall’organizzazione terroristica sulla popolazione civile.

Da parte nostra come sempre, ci limitiamo a mettervi a disposizione i testi (li trovate nei link) e ciascuno può farsi un’idea.

Di fronte a questa decisione di EBU, l’irrigidimento di Israele sembrava condurre al ritiro della tv. La quale aveva già confermato ufficialmente ed in anticipo:

KAN non acconsentirà ad alcun cambio del testo del brano, anche a costo di ritirare il Paese dalla prossima edizione dell’Eurovision Song Contest

Miki Zohar, ministro dello sport ed esponente del Likud, il partito del premier Netanyahu, ha definito “scandalosa” la squalifica del brano di Israele

La canzone di Eden Golan è commovente ed esprime il sentimento della gente e del Paese in questi giorni e non è politica. L’EBU dovrebbe agire in modo professionale e neutrale e non lasciare che la politica influenzi l’arte

In realtà EBU, come abbiamo visto in queste settimane, si è mossa sin qui nel solco tracciato dalle istituzioni internazionali, confermando la partecipazione israeliana a dispetto delle richieste contrarie, ribadendo come la posizione dello stato fosse diversa da quella della Russia perché Israele si stava difendendo proprio dall’attentato del 7 ottobre citato nella canzone, sebbene in maniera violentissima e sproporzionata.

A far recedere Israele dai suoi propositi è stato l’intervento diretto del presidente Yitzhak Herzog il quale parlando all’emittente attraverso Times of Israel aveva auspicato una revisione del testo:

In questo momento gli odiatori stanno cercando di sbatterci fuori da tutti i contesti internazionali, mentre io penso che sia importante per Israele apparire nell’Eurovision, soprattutto in questo momento. Per cui è necessario usare l’intelligenza. Essere intelligenti non è solo avere ragione

Da qui la decisione di KAN di accettare la sottomissione di una nuova canzone il cui testo non possa essere interpretato in senso politico:

Nonostante non sia d’accordo con la posizione dell’EBU, che ha cercato di squalificare le due canzoni presentate da Israele al Concorso sulla base del fatto che “portano un carattere politico”, KAN ha adottato il parere del presidente del paese, Yitzhak Herzog, che si è rivolto al nostro Consiglio di Amministrazione e ha chiesto di apportare gli aggiustamenti necessari, che avrebbero permesso a Israele di competere sulla scena dell’Eurovision.

Il presidente del paese ha sottolineato che proprio in un momento in cui i nostri odiatori cercano di spingere e boicottare lo Stato di Israele da ogni palcoscenico,  Israele deve alzare la voce e tenere la testa alta e alzare la bandiera in ogni consesso mondiale, specialmente quest’anno.

KAN contattò i creatori delle due canzoni selezionate, “October Rain”, che fu scelta al primo posto, mentre la canzone “Dance Forever” che arrivò al secondo posto, e chiese loro di riadattare i testi, pur conservando la piena libertà artistica. Sulla base dei nuovi testi, KAN sceglierà la canzone che verrà inviata al comitato di supervisione dell’Eurovision, in modo che approvi la partecipazione di Israele al Concorso

Israele ha quindi deciso che partendo dalle due canzoni già scelte presenterà altrettanti nuovi testi, sulla base dei quali, in accordo con EBU, sceglierà quella che rappresenterà il Paese all’Eurovision. La canzone sarà rivelata in uno spettacolo speciale su Kan11, domenica 10 marzo 2024, alle 20.30 CET.

Israele è stato sorteggiato ad esibirsi in uno degli slot della seconda metà della seconda semifinale, quella di Giovedì 9 Maggio nella quale voterà l’Italia.

I precedenti di Israele

C’è da dire che Israele è andato incontro al rischio della squalifica già una volta e precisamente nel 2007: “Push the button” dei Teapacks aveva chiarissimi riferimenti all’allora leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad e all’arsenale nucleare che il Paese islamico aveva intenzione di scaricare su quello ebraico.

Il brano fu lasciato in concorso nonostante le forti pressioni e nonostante il testo faccia sia incentrato proprio sui bombardamenti (e il leader della band Amos Oz rafforzi il messaggio con un bersaglio dietro la giacca): Teapacks uscirono in semifinale.

In senso opposto, già alla seconda partecipazione nel 1974 i Kaveret (identificati all’Eurovision come Poogy) in “Natati La Khahay” cantavano chiaramente contro le politiche repressive dell’allora primo ministro Golda Meir contro la popolazione palestinese. L’autore e frontman della band Danny Sanderson confermò i riferimenti del testo, ma la canzone restò in gara.

Proprio in quell’anno, con gli scontri in Libano sono iniziati più forti i contrasti fra le forze di difesa israeliane e quelle palestinesi, da allora di fatto mai più sopiti.

Nel 2000, i Ping Pong sono passati alla storia per la loro esibizione – per così dire – “diversamente intonata” sulle note di “Sameach” ma finirono nel tritacarne dei media locali per lo sventolio di bandiere siriane al fianco di quelle israeliane direttamente sul palco: era nel mood della canzone, ma la Siria, oltre a non riconoscere (tuttora) Israele, in quell’anno sosteneva le milizie libanesi filo-iraniane di Hezbollah in conflitto con Israele.

Qui ci si limita poi alle sole canzoni, ma la lunga storia di contrasti fra le due fazioni, alimentata su ambo i fronti dalle ali più estremiste, non ha risparmiato nemmeno le scelte degli artisti. Sarebbe però un discorso troppo lungo, che esula in parte dal tema di questa narrazione.

I precedenti negli altri Paesi

A dispetto del regolamento, la storia dell’Eurovision è costellata di canzoni con riferimenti politici. Non tutte sono state squalificate e una ha persino vinto: è “1944 di Jamala, trionfatrice nel 2016.

Restando fermi sul sostegno all’Ucraina che sta resistendo alla guerra di aggressione mossa dall’invasione russa, bisogna però ricordare per onestà che fu Jamala stessa a confermare il valore politico di quella canzone che traslava la deportazione del popolo Tataro nell’Urss orientale durante la seconda guerra mondiale sulla allora fresca invasione russa della Crimea. Il brano rimase in concorso e vinse (meritatamente) con tutto quello che poi seguì e che è ben noto ai fan eurovisivi.

Destino diverso ebbe nel 2009 “We don’t wanna Put In (Put in disco)” dei georgiani Stephane & 3G che nascosto dietro un testo su una serata in discoteca “sbagliata” faceva riferimenti all’allora primo ministro russo Putin, che aveva appena invaso con le sue truppe le due regioni russofone della Georgia Abkhazia e Ossezia Meridionale. L’Eurovision in quell’anno si teneva a Mosca e la Georgia, proprio come Israele, rifiutò di cambiare il testo o la canzone e si ritirò.

Persino l’apparentemente innocua “Shine” delle Tolmachevy Sisters (Russia 2014), conteneva riferimenti non espliciti ma abbastanza evidenti al “sole nascente” ovvero alla Russia che avrebbe guidato l’Europa verso una rinascita, in risposta alle politiche occidentali: era l’anno, come si ricorderà, dell’indecente campagna di “demascolinizzazione” della barba attuata dai giovani russi dopo la comparsa di Conchita Wurst, a sostegno delle leggi omofobe varate da Putin.

Nel 2015 l’Armenia fu costretta su richiesta dell’Azerbaigian all’EBU a modificare il titolo del brano dei Genealogy da “Don’t deny” in “Face the shadow”. Nel centenario del genocidio armeno da parte dell’impero ottomano, che diede il via alla diaspora del popolo caucasico, la canzone ne onorava il ricordo ma dovette scontrarsi con la posizione del Paese turcofono che non riconosce quei morti come genocidio.

Il resto è storia recente, con la vicenda grottesca dei bielorussi Galasy ZMesta e della loro canzone contro gli oppositori al regime di Lukashenko, la bocciatura del primo brano “Ya Nauchu tebya” e la squalifica alla presentazione del secondo, che peggiorava la situazione. Il tutto mentre nel frattempo la BRTC mostrava confessioni estorte e i volti tumefatti dei manifestanti anti-Lukashenko, situazione che ha condotto all’espulsione dell’emittente dal consorzio.


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Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cittadino d'Europa

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