Sanremo 2025: Francesco Gabbani, l’Eurovision 2017 e una lunga speranza italiana

Francesco Gabbani Eurovision 2017

Sono passati ormai poco meno di otto anni da quando Francesco Gabbani fece vivere un’autentica esaltazione collettiva al popolo dell’Italia appassionata di Eurovision, che già nel 2017 era vasto.

Mai come in quell’anno, per tre mesi si rincorsero idee, speranze, sogni. Ma, per capire sia quell’annata che, di riflesso, anche le successive, è necessario fare un passo indietro. Anzi, più d’uno.

Francesco Gabbani: le origini

Classe 1982, di Carrara, Gabbani non ha avuto quello che si definisce un percorso musicale dirompente. Anzi, per lui la strada si può tranquillamente definire quella di un uomo di gavetta, che di esperienze ne ha fatte tante. Batteria, chitarra, pianoforte, basso, poi lavori come fonico e tecnico prima del progetto Trikobalto, con tanto di produzione di Alex Neri e Marco Baroni (Planet Funk). Con tale gruppo arriva il primo sapore di Sanremo, ma al Palafiori, prima dell’uscita dell’artista toscano.

Passeranno cinque anni prima della svolta della carriera di Gabbani: “Amen”. Una canzone da lui composta con le parole di Fabio Ilacqua, presentata a Sanremo Giovani (Nuove Proposte) e che sul palco del Teatro Ariston ci arriva dalla porta principale.

Amen: quel rischio dimenticato

Eppure, non molti ricordano che la parabola della canzone rischiò di arrestarsi praticamente all’istante. C’era il meccanismo delle sfide a eliminazione diretta: nella terza serata Gabbani era stato posto contro Miele e la sua “Mentre ti parlo“. Al primo colpo Miele fu data per vincitrice, ma si scoprì che c’era stato un problema con il voto della sala stampa, il che fece ripetere la votazione e decretò invece Gabbani vincitore, per pochissimo: 50,83% contro 49,17%. Le percentuali di televoto, a guardarle oggi, fanno quasi sorridere: 70,2%-29,8% a favore di Miele, mentre il carrarino ribaltò con la sala stampa secondo uno schema da 71,85%-28,15%.

Di lì la strada per la vittoria si aprì, con un 42,03% che nella quarta serata lo vide superare Chiara Dello Iacovo, Ermal Meta e Mahmood in questo ordine. Considerando che in quell’annata c’era anche Irama, è un’edizione delle Nuove Proposte che ha regalato tantissimo alla musica italiana in tempi recenti. Il successo di “Amen” fu per certi versi sorprendente, perché arrivò al disco di platino e al 14° posto nella classifica FIMI, molto più in alto di diverse canzoni dei Big (Patty Pravo, Arisa, Annalisa per citare alcuni nomi).

Occidentali’s Karma: non era previsto

Si può proprio dire questo: la scalata di “Occidentali’s Karma” non era prevista. Sì, a Sanremo Gabbani ci arrivava sull’onda dei Giovani, e sempre con Fabio Ilacqua al fianco nella stesura delle parole, ma i riflettori erano puntati su altri. Su Fiorella Mannoia, prima di tutto, perché lei, tra i simboli della canzone italiana degli ultimi quarant’anni abbondanti, si rimise in gioco con “Che sia benedetta“, un testo tutto d’emozione originato anche dalla mente di Amara.

Fu un’edizione, quella di Sanremo 2017, che riuscì a mettere insieme una top 5 di livello assoluto. Quinta Paola Turci, letteralmente fatta risorgere da una “Fatti bella per te” quasi da inno. Quarto Michele Bravi, con quella “Il diario degli errori” che è e resta una perla senza tempo, tanto minimalista quanto delicata e altrettanto profonda. Terzo Ermal Meta, con “Vietato morire” che, con quel pugno nello stomaco rappresentato dalla durezza della storia e dalla speranza e dal coraggio rappresentati nella canzone, ne ha decretato il definitivo successo anche come cantante.

Ma la top 2 fu del tutto inattesa. Da una parte Fiorella Mannoia, dall’altra un uomo che, verso la fine della seconda serata, cominciò a far voltare più di qualche testa. Francesco Gabbani non solo aveva portato in scena “Occidentali’s Karma in una maniera priva di qualsiasi conformismo, ma lo aveva fatto portandosi dietro, per rappresentare una parte del senso della canzone, anche “lo scimmiografo”, al secolo Filippo Ranaldi.

I riferimenti culturali? Tanti, tantissimi: l’Amleto di Shakespeare, “Avere o essere?” di Erich Fromm, gli alcolisti anonimi applicati a internet, il panta rei di Eraclito, il buddhismo e lo yoga, fino all’ormai mitica scimmia nuda che altro non era che una citazione del celebre libro di Desmond Morris, che poi non esitò a paragonare il testo della canzone ai migliori Bob Dylan e John Lennon. E poi spazio anche a Karl Marx, o meglio alla sua definizione della religione come oppio dei popoli, anche qui con applicazione web.

Francesco Gabbani vinse così, con il popolo italiano che ormai era impazzito per lui e per una canzone totalmente fuori dagli schemi. Lui, però, di rispetto ne aveva e ne ha tanto. Tant’è che di fronte a Fiorella Mannoia la prima cosa che fece fu inginocchiarsi di fronte a lei, a rispettarne la storia. I due hanno poi avuto modo, nel 2024, di ritrovarsi e ricantare (e ricantarsi) le due canzoni, in un crossover senza pretese eppure da sorriso.

Fu un autentico uragano, quello che Gabbani nel giro di tre giorni portò in scena. Travolse tutto e tutti, dal primo all’ultimo. Il 12 febbraio 2017 la canzone toccò 4.353.802 visualizzazioni, cosa mai vista su YouTube per un video musicale italiano prima di allora.  Entrò subito nelle classifiche di 15 Paesi, sfondando nel giro di neanche un mese il muro dei 50 milioni di visualizzazioni. Il 24 aprile arrivarono i 100 milioni. Non era previsto, ma accadde. Eccome se accadde.

Francesco Gabbani, il sogno e la realtà

Il 24 febbraio, dopo un certo tira e molla più che altro giunto via web in questo senso, arrivò la comunicazione definitiva: “Occidentali’s Karma” sarebbe stata eseguita in italiano all’Eurovision di Kyiv. Un fatto, questo, che fece esplodere ancor più di gioia i tanti che avevano scelto di prendere il treno di questa canzone. In poco tempo, infatti, l’Italia balzò in testa alle classifiche delle scommesse, praticamente inamovibile e con distacchi elevatissimi rispetto al secondo posto.

Trionfale l’accoglienza per Gabbani ai preparty: a Londra come ad Amsterdam fu accolto sostanzialmente da re assoluto, lui che fino a poco tempo prima di inglese ne sapeva ben poco. Nessuno sembrava in grado di anche solo impensierirlo, nessuno poteva anche solo pensare a un esito diverso da un’Italia per la terza volta vincitrice, e questo anche nonostante un taglio regolamentare a 3 minuti sul quale di discussioni se ne crearono eccome.

La realtà, però, in Ucraina arrivò in fretta e fu ben diversa. L’edizione, va detto, aveva già vissuto dell’affaire Julia Samoylova, che catalizzò l’attenzione da metà marzo all’inizio di aprile, quando la Russia, fondamentalmente, si ritirò. Potevano essere 43 Paesi, rimasero 42.

Col tempo che passava, il ruolo di rivale dell’Italia cambiò spesso. Prima il Belgio, con “City Lights” di Blanche, poi la Bulgaria, con “Beautiful mess” di Kristian Kostov. E, infine, Salvador Sobral. Jazzista, compositore, fratello di Luisa, artista di altissima qualità, portò “Amar pelos dois“. Dal Portogallo era lui, sempre lui a dichiarare stima incondizionata per Gabbani, elevandolo rispetto al resto della competizione.

Solo che, alla fine dei conti, nell’immaginario il ruolo di rivale dell’artista toscano toccò a lui. Fu così che l’attesa divenne letteralmente divisa su tre fronti: Gabbani, Kostov, Sobral. Di Francesco le prove fecero subito emergere dei problemi, dalla resa scenica non facile fino alla poco semplice integrazione con i coristi, quattro perché gli ultimi due posti erano di Gabbani e, tanto ovviamente quanto inevitabilmente, Ranaldi.

Fatto sta che, pian piano, il “momentum” passò dalle mani dell’Italia a quelle del Portogallo. E, alla fine, iniziò a trovarsi a metà, quasi all’impazzata, tra un sostegno enorme in quota portoghese per il suo artista contro quello italiano per il proprio. A Gabbani andò il Marcel Bezençon Award della sala stampa, secondo italiano a conquistarlo dopo Il Volo nel 2015, ma sul palco ciò contò poco. Cantò per nono, poco prima di Sobral: colpì, e molto, ma colpì ancor di più l’artista lusitano, che portò a casa il microfono di cristallo e lo fece con un punteggio record di 758 punti.

E Gabbani? Non finì secondo. E nemmeno terzo. Fuori dal podio, al sesto posto, in un sostanziale “accordo differente” tra televoto e giurie, nel senso che se le seconde lo classificarono settimo, per il primo era sesto. Il differente si riferisce alla quota punti: 126 per i giurati, 208 per il televoto, per un totale di 334 che allora era il massimo mai avuto dall’Italia (complici le nuove regole sui punti, entrate in vigore l’anno prima).

Eurovision 2017 Francesco Gabbani

Va pur fatta un’osservazione: in pochi lo immaginavano allora e forse lo realizzano ancora oggi, ma è il 2017 che può definirsi da autentico spartiacque per l’Italia all’Eurovision. Da lì, infatti, il nostro Paese ha sostanzialmente spiccato il volo per costruire, anno dopo anno, una serie di performance ogni volta più solide, mostrandosi spesso all’avanguardia nella ricerca di soluzioni in grado di colpire.

Francesco Gabbani dopo l’Eurovision 2017

La carriera dell’artista toscano è comunque proseguita con buonissimo successo. Tre anni dopo è tornato a Sanremo, ha piazzato un’altra bella canzone sul palco dell’Ariston, “Viceversa”, e pareva in grado di farcela ancora una volta. Anzi, per il televoto ce l’avrebbe anche fatta, nel primo Festival di Amadeus. Solo che furono le altre componenti a decretare Diodato quale vincitore, con “Fai rumore” che è entrata a far parte dei grandi classici della canzone italiana, anche se è davvero molto recente.

Nella discografia di Gabbani ci sono, in quota album, il disco di platino di Magellano e quelli d’oro di Viceversa e Volevamo solo essere felici. Per i singoli, sestuplo platino per “Occidentali’s Karma”, triplo platino per “Viceversa”, doppio platino per “Tra le granite e le granate“,  platino per “Amen” e “Spazio tempo“, oro per “Il sudore ci appiccica” e “Volevamo solo essere felici“. Adesso, con “Viva la vita”, il quarto Sanremo e un nuovo capitolo della carriera. Chissà con quanti altri pachidermi e pappagalli intorno.


Le precedenti retrospettive:

Photo Credits: Thomas Hanses in entrambi i casi


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