Eurovision 2025: l’intervista ad Anderz Wrethov, autore dei KAJ (Svezia)

Anderz Wrethov Eurovision 2025 Svezia

Per chi segue l’Eurovision Song Contest, il nome Anderz Wrethov non ha bisogno di presentazioni. Per tutti gli altri, classe 1979 e originario di Vellinge (Svezia), Wrethov è uno dei compositori più influenti e prolifici dell’ultima decade nell’universo eurovisivo.

Il suo contributo più significativo arriva dal Melodifestivalen – il celebre Festival della canzone svedese nonché selezione nazionale per l’Eurovision – dove ha collezionato numeri da record: con 44 brani in gara all’attivo, è il terzo autore più presente di tutti i tempi, dietro solo a Thomas G:son e Bobby Ljunggren.

Ha vinto la competizione per ben tre volte: nel 2019 con Too Late for Love di John Lundvik, nel 2021 con Voices di Tusse e nel 2024 con Bara bada bastu del trio KAJ, primo brano non in inglese a trionfare al Melodifestivalen dal 2006 e a rappresentare la Svezia all’Eurovision dal 1998.

A queste tre vittorie si aggiunge il secondo posto del duo Medina con Que sera nel 2024 e altre 17 canzoni che hanno raggiunto l’atto conclusivo per un totale di 21, ponendolo in quinta posizione in questa speciale classifica (lo precedono G:son, Ljunggren, Ingela “Pling” Forsman e Fredrik Kempe).

All’Eurovision Song Contest, Wrethov ha firmato cinque brani in gara: oltre ai tre che hanno rappresentato la sua Svezia, ha co-scritto Always, presentata da Aysel Teymurzadeh e Arash Labaf per l’Azerbaigian a Mosca 2009 e l’iconica Fuego di Eleni Foureira per Cipro, seconda classificata e “vincitrice morale” dell’edizione di Lisbona 2018.

Il suo palmarès eurovisivo è di altissimo livello: oltre al secondo posto con Fuego, può vantare un terzo posto con Always, un quinto con Too Late for Love e il quarto appena conquistato a Basilea con Bara bada bastu.

Al di fuori della “bolla” eurovisiva, Wrethov vanta una carriera di circa 25 anni come musicista e produttore: le sue canzoni hanno venduto oltre 20 milioni di copie e hanno totalizzato complessivamente 3 miliardi e mezzo di streaming su Spotify. Nel suo catalogo figurano hit come Ding Dong Song di Günther (classico dell’eurodance anni ’00 conosciuto e “virale” anche in Italia) e collaborazioni con i maggiori artisti della scena pop commerciale in Giappone e Corea del Sud.

A poche ore dalla finalissima dell’Eurovision 2025, abbiamo incontrato Anderz Wrethov presso il Media Center della St. Jakobshalle Arena di Basilea per ripercorrere insieme i suoi vent’anni di successi come autore per l’Eurovision e il Melodifestivalen, approfondire il percorso che lo ha portato a creare e firmare Bara bada bastu e riflettere sull’evoluzione della scrittura musicale all’interno del contest.

Molti dei nostri lettori ti conoscono già, ma potresti presentarti e raccontarci il tuo ruolo, con parole tue?

Mi chiamo Anderz Wrethov, sono un produttore e compositore svedese, scrivo canzoni e produco musica ed è tutto ciò che amo fare.

Come è iniziato il tuo percorso nella musica?

Beh, possiamo dire che tutto è cominciato quando ero molto piccolo, avrò avuto quattro o cinque anni e ricordo che ascoltavo alcuni vinili che avevo a casa di Diana Ross & The Supremes,e musica Motown in generale. Non so perché mi sentissi così attratto da quel sound, ma ho un ricordo chiarissimo di me a quell’età, mentre ascoltavo quel disco in continuazione — e amavo quelle canzoni.

C’era qualcosa in quella musica che mi faceva stare davvero bene, e mi ricordo che quando ero stufo della scuola e di tutto il resto, tornavo a casa e lo ascoltavo in continuazione. Penso che la mia passione per la musica sia nata da lì.

Uno dei tuoi primi momenti sotto i riflettori è stato nel 1999, quando hai partecipato a Sikta mot stjärnorna (NdA: un programma di TV4 in cui artisti emergenti gareggiavano imitando i loro cantanti e gruppi preferiti, in cui hanno debuttato svariate future stelle del Melodifestivalen come Linda Bengtzing, Shirley Clamp, Magnus Bäcklund e Mariette Hansson) interpretando Bryan Adams. Hai sempre pensato che avresti avuto più successo come autore che come artista, considerato che comunque canti e suoni diversi strumenti?

Credo di essere sempre stato super ossessionato dal comporre musica, e ascolto tantissimi generi diversi.

Ancora oggi, una delle cose che amo di più è proprio fare musica e ascoltare musica. Quindi penso che scrivere, produrre e creare musica sia sempre stata la mia direzione principale. Ma ovviamente, essendo anche musicista — suono la chitarra, il pianoforte, canto, e ho frequentato diverse scuole di musica in Svezia — ho imparato a suonare e a gestire quegli strumenti che servono per creare vari stili musicali.

Credo di essermi legato molto presto alla scrittura e alla produzione. Per quanto riguarda l’aspetto da artista, ho sempre amato cantare e suonare, ma è stato molto naturale per me concentrarmi sulla composizione, sulla scrittura di canzoni e sulla creazione musicale insieme ad altri.

A soli 25 anni hai firmato la tua prima grande hit con Ding Dong Song di Günther, diventata una delle prime canzoni virali su Internet e popolare anche in Italia. Che ricordi hai di quella collaborazione, che ha portato all’iconico album Pleasureman?

Quello è stato il mio primo vero successo a livello internazionale. È stato un periodo bellissimo… in quegli anni producevo e scrivevo tanti generi diversi, ma ho sempre amato quel tipo di sound dance anni ’80. Ero davvero entusiasta all’idea di fare qualcosa in quello stile, così io e Günther – Mats Söderlund – abbiamo iniziato a creare queste canzoni… e poi è successo tutto in brevissimo tempo: è diventata una hit in Svezia e in tutta la Scandinavia, e da lì è letteralmente esplosa.

Credo sia stato davvero l’inizio perfetto per me come autore e produttore, partire con un brano che è diventato un grande successo.

La tua prima partecipazione al Melodifestivalen è arrivata nel 2006, proprio al fianco di Günther & The Sunshine Girls, con il brano Like Fire Tonight. Sei sempre stato attratto dal Melodifestivalen e dall’Eurovision, o è stata una direzione che hai scoperto col tempo?

Credo di aver sempre amato il Melodifestivalen e l’Eurovision Song Contest fin da quando ero bambino. Ovviamente, in Svezia il Melodifestivalen è un evento enorme, ma anche l’Eurovision è sempre stato molto seguito. Ricordo chiaramente che mi appassionava fin da piccolo, e ricordo, ad esempio, Insieme: 1992 di Toto Cutugno – la canzone che ha vinto per l’Italia. “Insieme: unite, unite Europe” (canta). Me la ricordo bene, adoravo quel brano e adoravo la sua voce. E poi aveva un bellissimo messaggio sull’unire l’Europa, penso che ancora oggi quel messaggio abbia un grande valore.

È stato così che mi sono avvicinato al mondo dell’Eurovision e del Melodifestivalen. Poi, essendo cresciuto negli anni ’90, MTV era ovunque. Io la guardavo continuamente, vedevo i videoclip, ascoltavo le canzoni… e per me, fin da subito, è stato chiaro: volevo fare qualcosa che unisse musica e performance visiva, per cuiu il passaggio verso il Melodifestivalen e l’Eurovision è stato quasi naturale. Credo che sia proprio questa la bellezza di tutto il contest, e poi c’è anche la componente della gara che lo rende ancora più divertente.

Un’altra cosa che mi affascinava era la varietà di generi musicali. Ricordo bene il 1991, l’anno di Toto Cutugno: c’erano brani dai Balcani, canzoni molto diverse tra loro e già da bambino sentivo che amavo tutto questo. Forse anche in Bara bada bastu qualcuno potrebbe percepire un’influenza da più parti del mondo… io semplicemente faccio quello che amo, non sto lì a pensare “questo suono viene da lì o da là”, però tutto ciò che ho ascoltato – sia all’Eurovision che al di fuori – è sicuramente stato una grande fonte di ispirazione per me.

Pochi sanno che la tua prima vittoria in una competizione musicale è stata nel 2002, al Lilla Melodifestivalen (NdA: la versione “junior” del Melodifestivalen andata in onda dal 2002 al 2012, già selezione nazionale per la Svezia al Junior Eurovision) con Superduperkillen di Sofie Larsson. Recentemente hai anche contribuito a HelloMello, la “risposta” di SVT al JESC dedicata ai giovani artisti tra i 12 e 15 anni, firmando il brano Better Days interpretato da Leon Frohm. Come ti approcci alla scrittura per bambini o adolescenti, e in cosa differisce rispetto alla scrittura per artisti adulti?

In realtà penso che l’età non conti così tanto, quello che conta è trovare la canzone giusta per l’artista giusto. Ovviamente, se sei molto giovane, magari non hai ancora vissuto certe esperienze. Quindi, quando si tratta di temi legati alle relazioni o testi un po’ più espliciti, è chiaro che non è il caso di andare in quella direzione e comunque devi pensarci bene. Ma in realtà questo vale anche per gli artisti adulti… non tutti vogliono cantare di relazioni o di sesso, magari preferiscono parlare d’altro. Quindi credo che si tratti sempre di trovare il giusto equilibrio in base all’artista.

Per quanto riguarda i bambini, è davvero difficile capire cosa gli piace. A volte pensi “ecco, questa è una canzone per bambini”, e poi magari i bambini stessi non la votano. Lo vediamo anche in Svezia.

Per esempio, io ho scritto una canzone che si chiama Guld och gröna skogar, cantata da Hasse Andersson (NdA: quarta classificata al Melodifestivalen 2015, dietro a Måns Zelmerlöw, Jon Henrik Fjällgren e Mariette Hansson). Quando ero piccolo, lui era famosissimo, uno dei più grandi artisti svedesi dell’epoca – e io ero un suo grandissimo fan.

Poi col tempo era un po’ sparito dai riflettori, quasi dimenticato. Un giorno l’ho chiamato e gli ho detto: “Ehi, posso scriverti una canzone? Sei stato il mio primo idolo”. E lui mi ha risposto: “Okay, ma non credo che qualcuno mi voglia più in gara. Sono fuori dai giochi ormai, sono vecchio”.

E io: “No no, ho una canzone da farti ascoltare…” e quella canzone è diventata enorme in Svezia, ha avuto un successo pazzesco e ancora oggi è ovunque. E quando ha partecipato al Melodifestivalen nel 2015, tutti – sia la stampa che gli esperti – dicevano che i bambini non avrebbero mai votato per un signore anziano che canta dei suoi ricordi d’infanzia. E invece i bambini l’hanno adorato, non si sono riconosciuti nelle solite canzoni pop “per bambini” con un sound costruito a tavolino.

Per cui è interessante, davvero. Non puoi mai sapere cosa piacerà ai bambini o no. Ed è anche una cosa molto bella, secondo me.

Tra gli autori storici del Melodifestivalen c’è un senso di competizione e rivalità reciproca, anche se amichevole? O prevale uno spirito di collaborazione?

Direi che l’atmosfera è principalmente collaborativa e secondo me è una cosa molto positiva, perché mi aiuta a restare sempre al massimo livello. In Svezia lavoriamo con tantissimi autori e produttori di altissimo livello, quindi se non sei all’altezza… beh, sei un po’ costretto ad esserlo. E questo è uno stimolo sano, fa bene a tutti.

Ogni tanto arrivano nuovi autori che si fanno notare, che portano nuove idee interessanti. A livello personale, adoro collaborare con autori e produttori diversi… mi piace tantissimo, cerco sempre di mettermi alla prova e di vedere se riesco a lavorare con nuovi artisti e nuovi talenti. È qualcosa che mi fa sentire vivo, mi dà energia e mi tiene in movimento.

Quali pensi siano oggi le caratteristiche che rendono una canzone adatta all’Eurovision, o in generale a “gareggiare in musica”?

Penso che oggi sia più importante che mai riuscire a distinguersi. Credo davvero che sia fondamentale trovare un modo per uscire dagli schemi, fare qualcosa che non suoni come tutto il resto.

Ovviamente ci sono ancora grandi canzoni in giro. Se pensi, ad esempio, alla Top 50 mondiale di adesso, con brani come Die With A Smile di Bruno Mars… beh, per me quella è una canzone molto classica, ma è talmente fatta bene che funziona alla perfezione. E se scegli di andare nella direzione più “mainstream”, devi farlo quasi al livello di Bruno Mars, e non è affatto facile!

Oppure puoi andare nella direzione opposta, fare qualcosa di totalmente diverso, che colpisca davvero e che faccia dire alla gente: “Wow, che cos’è questa cosa?” Oggi esistono tantissimi modi per fare musica, anche in modo molto semplice, e questa è una cosa positiva – ma proprio per questo diventa più difficile creare qualcosa che sia davvero speciale e che lasci il segno.

Alla fine, però, devi solo fare quello che ami. Bara bada bastu è l’esempio perfetto di questo concetto: non c’era un’etichetta, nessun manager… nessuno ci ha messo pressione, abbiamo semplicemente fatto qualcosa che ci piaceva e questa è stata la sua forza. E adesso sono qui con voi, all’Eurovision, con una canzone in svedese che non mi sarei mai aspettato potesse vincere in Svezia… e ora sono qui, con la possibilità concreta di vincere tutto. Credo che questo dimostri una cosa: devi solo fare quello che ami e allora sì che catturi davvero l’attenzione.

Parliamo quindi dei KAJ e della canzone Bara bada bastu, che ha rappresentato la Svezia quest’anno ed è il primo brano non in inglese a farlo dal cambio del regolamento linguistico. Com’è nata la collaborazione con il trio e ti saresti mai aspettato un successo di queste dimensioni?

È stato davvero divertente. In realtà, è stata Karin Gunnarsson, la produttrice del Melodifestivalen, a proporre al gruppo di partecipare: ha detto qualcosa tipo “Ehi ragazzi, vi andrebbe di partecipare al Melodifestivalen? Magari potete inviare una canzone e vedere se piace al comitato di selezione”.

Poi li ha contattati e ha chiesto se c’era qualche autore o produttore con cui avrebbero voluto collaborare in Svezia. E loro hanno risposto, nel loro accento, ovviamente (ride) “Vogliamo lavorare con Anderz”. Ovviamente mi ha fatto molto piacere. Così li ho cercati online, perché in realtà non li conoscevo e ho scoperto che erano davvero bravi, molto affermati in Finlandia e anche nel nord della Svezia. Erano impegnatissimi con musical, tour e tante altre cose.

Quindi ho pensato: “Come posso scrivere una canzone per loro, che sono così professionali e così… loro stessi?”. Era chiaro avessero già una chiara identità artistica. Così mi sono messo nei panni del “quarto membro” del gruppo, volevo creare qualcosa che suonasse estremamente “KAJ”, ma che fosse anche adatto al Melodifestivalen, perché sentivo che quello era il punto centrale.

Ricordo che era il 27 agosto quando mi è venuto in mente il ritornello. Stavo pensando al testo e la parola “bastu” (la sauna) mi è venuta in mente subito, perché è una cosa molto tipica finlandese e noi svedesi, quando pensiamo alla Finlandia, pensiamo subito alla sauna. Quindi mi è sembrato naturale che la canzone dovesseparlare della sauna.

Ho scritto le prime parole in svedese, poi è arrivata anche la melodia. E quando ho avuto quel ritornello mi sono reso conto di avere in mano qualcosa di buono, così ho contattato gli altri autori (NdA: Robert Skowronski e Kristofer Strandberg) e ho detto loro: “Ehi, ho questo ritornello, volete lavorarci insieme e finire il brano?”.

Così lo abbiamo completato e inviato ai KAJ… a loro è piaciuto subito e l’hanno adattato per farlo sentire ancora più vicino al loro stile. È stato tutto molto naturale, abbiamo semplicemente fatto quello che ci piaceva. L’abbiamo inviato e siamo stati felicissimi quando è stato selezionato… perché, come sapete, in Svezia ogni anno vengono inviate a SVT circa 3.000 canzoni e ottenere un posto tra i trenta finalisti è già un traguardo.

Ma oltre questo, pensavamo solo: “Speriamo che piaccia a qualcuno”. A dire il vero, non avevo grandi aspettative, quest’anno avevo sei brani in gara, tra cui le SCARLET e altri artisti e pensavo che magari le SCARLET sarebbero andate bene, mentre KAJ e Meira Omar avrebbero avuto più difficoltà.

E invece è successo quasi il contrario: Meira ha avuto un enorme successo in Svezia con Hush Hush, non ha vinto, ma ha conquistato il pubblico. E i KAJ… beh, hanno vinto tutto il Melodifestivalen, quindi sì, è stato tutto molto inaspettato quest’anno, ma anche incredibilmente divertente.

Alcuni fan sostengono che le canzoni scritte “apposta per l’Eurovision” siano meno autentiche e in particolare la Svezia è spesso criticata per proporre brani pop troppo costruiti e cantati in inglese. Cosa pensi di queste critiche?

No, ma è vero. Ne faccio parte anch’io, dopotutto… ho vinto un paio di volte con Too Late For Love di John Lundvik e Voices di Tusse, ed è proprio il tipo di canzone di cui stai parlando: il classico pop svedese di alta qualità, quello che molti definiscono “Swedish pop bangers”.

Ma forse… quel periodo è un po’ finito. Ricordo benissimo quando ho visto Tattoo di Loreen, mi sono chiesto: “Come si può superare questo? Come posso fare qualcosa di meglio, in quello stile?”. Quel tipo di pop svedese, internazionale, perfetto per l’Eurovision… era il massimo. Io ne sono rimasto folgorato e penso anche il resto d’Europa e del mondo.

Quindi forse, per me, quello è stato anche un segnale che era il momento di provare qualcosa di diverso, qualcosa che mi piacesse in modo nuovo. Mi mancava scrivere in una certa direzione, così ho iniziato a lavorare con Meira, perché avevo già prodotto molta musica con Arash (Labaf) fuori dall’Eurovision, per cui mi sono detto: “Proviamo a fare qualcosa in quello stile”.

Poi con le SCARLET ho provato a fare qualcosa di più rock, qualcosa di altrettanto diverso… per me è stato rinfrescante allontanarmi un po’ da quello stile, diciamo così, del classico pop svedese da Eurovision.

Un’altra critica ricorrente riguarda la presenza degli stessi autori anno dopo anno al Melodifestivalen. Sei il terzo autore più prolifico nella storia del concorso: credi che questo renda difficile per i nuovi arrivati emergere?

Penso che ogni dieci anni si possa vedere una nuova ondata di autori, è lo stesso nello sport. Prendi il calcio, ad esempio: ci sono determinati anni in cui giocano i migliori, poi arriva una nuova generazione che li sostituisce.

Io amo quello che faccio e ovviamente mi alleno, pratico, lavoro tantissimo. Faccio tutto questo perché lo amo profondamente, ci metto tantissimo impegno… quindi, certo, fa piacere quando le persone apprezzano le tue canzoni, ma dobbiamo ricordarci che ogni anno al Melodifestivalen arrivano nuovi autori. È vero, pochi hanno così tante canzoni in gara come me o come altri miei colleghi, ma magari tra dieci anni ci sarà un altro Wrethov o un altro G:son!

Credo che alcune persone siano lì per un motivo, perché hanno lavorato davvero duramente per esserci. Io ho imparato dai migliori: il mio più grande idolo è sempre stato Bobby Ljunggren, quando ho iniziato a scrivere canzoni, ero innamorato del suo stile e volevo diventare come lui. Per me lui era davvero il “G.O.A.T.”, ascoltavo le sue canzoni, le studiavo e nel frattempo scrivevo e producevo senza sosta. E oggi, il fatto di poter essere anche solo accostato al suo nome mi rende davvero felice.

Sei stato anche parte di un altro momento iconico dell’Eurovision con Fuego di Eleni Foureira, seconda classificata nel 2018 per Cipro. Come è nata quella collaborazione?

È stato divertente. In realtà è nato tutto per una coincidenza. Alex Papaconstantinou è un produttore e un grande amico con cui ho lavorato tante volte, abbiamo scritto tante canzoni per Arash e altri artisti. Un giorno mi ha chiamato da Los Angeles e mi ha detto che il suo partner di lavoro (NdA: Geraldo “Teddy Sky” Sandell) voleva che producesse un brano per Cipro all’Eurovision. Avevano già una traccia, ma ci avevano già messo le mani tantissimi autori lì a Los Angeles e niente aveva funzionato. Quindi no, non ero la prima scelta!

Quindi, quando mi ha chiamato, ho subito capito che aveva già provato con grandi autori americani e ora stava chiamando me. E mi ha detto: “Riesci a scrivere qualcosa per stasera? Siamo davvero di corsa”. Allora ho ascoltato la traccia… c’era solo la base, nessuna voce, nessun testo. E non scherzo: ho scritto tutta la melodia e la parola Fuego in dieci minuti, è stata la prima cosa che mi è venuta in mente. “You take me higher, aye aye aye, fuego” (canta). È uscita così, d’istinto. Non so perché, ma Fuego è stata proprio la prima parola.

Poi ho mandato la bozza ad Alex, ero un po’ preoccupato perché mi aveva detto che il titolo doveva essere in inglese, mentre Fuego era una parola spagnola. Gli ho scritto che quella era la mia idea, che la parola Fuego mi era venuta così e suonava bene, ma in caso potevamo cambiarla. Un’ora dopo Alex mi richiama e mi dice: “La adoriamo”, sia lui che gli altri autori che stavano lavorando al pezzo erano entusiasti. Hanno fatto qualche modifica qua e là, ma è stato tutto velocissimo. È stato tutto molto veloce, ma davvero divertente.

C’è qualche canzone del tuo repertorio al Melodifestivalen che, secondo te, meritava di più? Magari penalizzata da circostanze sfortunate?

Sì, certo, ce n’è una. Quest’anno, ad esempio, avevo in gara una canzone che si chiamava 24K Gold e non è arrivata in finale. Secondo me era un brano forte e anche Malou Prytz è un’artista davvero valida, ma non so… c’è stato qualcosa che non ha funzionato. Quindi sì, forse quella potrebbe essere una delle canzoni che avrebbero meritato di più.

Nel tuo catalogo troviamo canzoni che riflettono la Svezia multiculturale di oggi – brani come Jalla Dansa Sawa (Behrang Miri, 2013), Mitt paradis (Elias Abbas, 2018), Vem e som oss (Anis Don Demina, 2020) e Salute (Kaliffa, 2025). Cosa ti spinge verso questi suoni e come cerchi di rappresentarli nel tuo lavoro?

Non so esattamente perché… come dicevo prima, forse è per via dell’Eurovision Song Contest. Quando ero bambino lo guardavo sempre e ricordo chiaramente che mi piacevano molto le canzoni dei paesi dell’Est, della Grecia, dei Balcani… non so perché, ma mi sentivo attratto da quei suoni. Mi piacevano, tutto qui e credo che abbia a che fare con quello. Già quando ho iniziato a scrivere canzoni, molto presto nella vita, ascoltavo anche musica che non era solo quella svedese o “internazionale” nel senso più classico.

E penso che dipenda anche dalla mia infanzia. I miei genitori erano molto aperti, viaggiavamo spesso e prendevamo ispirazione da culture diverse, da varie parti del mondo. E quindi, credo sia nato tutto da lì e oggi continuo ad amare quel tipo di suoni. Ed è anche una cosa che, secondo me, mi rappresenta bene qui in Svezia, poter mescolare stili diversi. Come dicevi tu: Jalla dansa sawa, adesso Hush Hush con Meira… Amo davvero quegli elementi e amo quel tipo di musica.

Ne abbiamo già parlato più volte, ma quest’anno Hush Hush di Meira Omar ha raggiunto la finale con un sound ispirato a influenze mediorientali e mediterranee. Pensi che ci sarà un ritorno di quei ritmi al Melodifestivalen, come avveniva negli anni 2000?

È interessante osservare i trend musicali, no? Perché vanno e vengono. E sì, come dicevi anche tu, in Svezia è passato un po’ di tempo dall’ultima volta in cui abbiamo avuto una finale con così tante proposte diverse. Negli ultimi due o tre anni, infatti, è stato tutto molto pop, tantissime canzoni dello stesso genere e in generale poca varietà. Ma quest’anno è stato diverso, c’erano Meira, i KAJ, le Dolly Style, le SCARLET… c’era più diversità.

Quindi sì, spero davvero che questo sia l’inizio di qualcosa. Per noi in Svezia, avere i KAJ come rappresentanti è qualcosa di diverso rispetto al classico pop svedese pensato per l’estero. È come se si fosse aperta una nuova finestra, una nuova possibilità.

Sappiamo tutti che le canzoni spesso passano da un artista all’altro o vengono adattate e rimaneggiate nel tempo. Quanto è importante per te scrivere con l’artista direttamente coinvolto, piuttosto che proporgli un brano già pronto?

Penso che dipenda molto dall’artista. Ci sono artisti che amano davvero entrare nel processo creativo, stare in studio, contribuire attivamente alla scrittura delle canzoni. E poi ce ne sono altri che invece si affidano completamente, dicendo: “So che puoi scrivere una canzone per me, ti va di farlo?”

Quindi varia molto da persona a persona, ma, personalmente, preferisco quando l’artista ha qualcosa da dire, quando ha un’idea, un messaggio o semplicemente un genere che vuole esplorare. Perché quello mi dà la motivazione giusta per scrivere, per partire da qualcosa di concreto e costruirci attorno.

Se potessi scegliere, preferiresti vincere l’Eurovision come autore o scrivere una canzone che arriva 20ª ma diventa un successo globale in streaming, come Snap di Rosa Linn?

Questa è una bella domanda (ride). Ok, ok… per me, a livello personale, il primo posto all’Eurovision è qualcosa che ancora non ho raggiunto. Come forse sapete, sono arrivato secondo, terzo, quinto… ma mai primo, quindi sì, per me sarebbe un’enorme soddisfazione arrivare al primo posto.

Ma se metto da parte per un attimo l’aspetto personale e guardo la cosa in modo più oggettivo, ovviamente è molto meglio avere una canzone che magari arriva decima, undicesima o giù di lì, ma che poi esplode come ha fatto Snap.

Anche Fuego è arrivata seconda, ma è stata un successo pazzesco… e lo vediamo anche in Svezia, Hush Hush di Meira sta andando fortissimo in questo momento: è prima in radio, su Spotify, ovunque, eppure non ha vinto. Quindi, alla fine, sì: è molto meglio avere un vero successo che una buona posizione in classifica.

L’intelligenza artificiale è sempre più presente nel mondo della scrittura musicale, dalla generazione di testi alle melodie. Qual è il tuo punto di vista su questa evoluzione? Pensi che l’AI potrà mai sostituire del tutto la creatività umana?

Penso che l’intelligenza artificiale sia una cosa fantastica. Anch’io la uso spesso, ad esempio l’ho usata anche con Hush Hush di Meira… stavo scrivendo la canzone, avevo la melodia e dovevo registrare una demo con la mia voce, solo per avere una base. E quindi cantavo “bia bia bia, bia bia bia, hush hush” (canta) e ho usato una voce artificiale che suonava come quella di Meira ed è stato perfetto perché quando lei ha ascoltato il pezzo ha detto: “Sembra proprio la mia voce”. Si è riconosciuta subito e la cosa ha funzionato benissimo.

Quindi sì, l’ho usata anche lì e ormai tanti produttori la utilizzano, ad esempio per i cori o per simulare voci specifiche. È divertente e molto utile… oggi posso scrivere una canzone anche da solo in Svezia e se ho in mente una voce giamaicana o qualcosa di particolare, posso simularla. Questo mi permette di dare forma alla mia visione e secondo me è fantastico.

Ma allo stesso tempo, non credo che l’AI potrà mai scrivere una canzone come Bara bada bastu, perché è troppo particolare. Come potresti dire a una AI “Scrivimi una canzone che parli di sauna, che sia pop, ma anche folk e che suoni in un certo modo…”? Non verrebbe mai qualcosa di questo tipo. Quindi no, non penso dobbiamo preoccuparci che l’intelligenza artificiale “prenda il controllo”… ci saranno sempre livelli di umanità, di sensibilità e competenza che solo le persone possono portare nella musica.

Certo, forse sarà più difficile vivere di musica, perché oggi non basta più essere bravi, devi essere super bravo, perché l’AI può creare musica in poco tempo, mentre a me serve qualche ora in più per raggiungere il risultato che desidero. Quindi, sì, penso che ti spinga a migliorarti e ad alzare continuamente l’asticella.

Hai scritto anche per grandi nomi del pop giapponese e sudcoreano. Come ti adatti a mercati così diversi? Quali sono le sfide principali nel lavorare a livello internazionale?

Per me è stata un’esperienza davvero rigenerante. Avevo lavorato per cinque o sei anni nel mercato asiatico ed è stato molto impegnativo. È successo quasi per caso: il mio editore di allora aveva un contatto in Giappone che cercava canzoni e mi hanno inserito in una session.

Ricordo di aver pensato che fosse interessante, anche perché all’epoca era un modo di scrivere musica completamente diverso da quello europeo e come musicista è stato davvero stimolante, perché lì potevo usare molti più accordi, potevo suonare cose che per le orecchie europee sarebbero state percepite come “troppo”.

In quel periodo, per me, è stato davvero salutare: potevo sperimentare di più, scrivere cose anche un po’ pazze. Andavo spesso in Giappone a scrivere canzoni con loro, e anche nel mercato coreano, che in quegli anni stava appena iniziando a far nascere quello che poi sarebbe diventato il K-pop.

È stato un ottimo inizio per la mia carriera – parlo del periodo tra il 2008 e il 2011 – e sono super grato per quei risultati pazzeschi che ho ottenuto lì. Tanti autori svedesi sono coinvolti oggi nel K-pop e in quel mondo, in generale la musica K-pop è diventata globale e ha un suono molto più vicino a quello europeo, non è più così distante come lo era quando ci lavoravo io.

Ma, devo dire, non ne sento così la mancanza. Preferisco scrivere quello che faccio oggi, anche se mi piace spaziare tra generi diversi. Chissà, magari in futuro tornerò a farci qualcosa.

Perché secondo te la Svezia è diventata una vera potenza sia nell’industria musicale globale sia all’Eurovision, notoriamente per i risultati, ma anche per il numero impressionante di professionisti svedesi coinvolti in tante selezioni nazionali?

Sì, è vero, è molto interessante. Forse ha a che fare con i nostri gusti e, sicuramente, con la nostra ambizione… penso che noi svedesi siamo molto ambiziosi in ciò che amiamo fare. Ovviamente è notevole che così tanti svedesi siano coinvolti in vari livelli dell’Eurovision, anche a livello di organizzazione e di produzione TV, ma per quanto riguarda proprio la scrittura delle canzoni credo sia una questione di gusto, di quello che ci piace… e forse anche delle competenze che abbiamo.

Come dicevo, grazie alle scuole di musica e alla formazione, siamo piuttosto preparati, sappiamo suonare, arrangiare, lavorare tecnicamente. E poi c’è un altro aspetto importante, e cioè il lavoro di squadra. In Svezia, secondo me, siamo davvero bravi a collaborare e a mettere il nostro ego da parte, e lo penso davvero… quindi sì, questa sarebbe la mia risposta a questa domanda. E ne sono molto felice, perché è proprio grazie a tutto questo – al lavoro con il mercato svedese, con tanti grandi autori e artisti – che sono diventato quello che sono oggi.

Dopo quasi vent’anni di esperienza nell’universo Eurovision, hai notato cambiamenti nei criteri e nelle aspettative dei broadcaster, sia in Svezia che all’estero?

Sì, parlando della Svezia, penso subito a Karin Gunnarsson (NdA: la produttrice esecutiva del Melodifestivalen) che sta facendo davvero un ottimo lavoro. Credo che stia cercando costantemente di migliorare il Melodifestivalen e di portare più diversità musicale nella competizione, di svilupparlo in direzioni stilistiche diverse. E quest’anno, secondo me, abbiamo avuto più canzoni in svedese che sembravano davvero autentiche, sincere. E questa è una cosa molto positiva e sicuramente merito suo.

In più, Karin è riuscita anche a mantenere coinvolti i “grandi nomi”, quelli storici, tenendoli attivi e rilevanti all’interno del contest. E poi, ovviamente, con i KAJ… devo farle davvero un grande complimento, perché è stata lei a notare qualcosa in loro, a contattarmi e far sì che questa collaborazione accadesse. Se non li avesse notati o se non si fosse interessata a loro, oggi non avremmo visto quello che è successo. Quindi anche in questo ha dimostrato di avere una visione e di saper far evolvere il festival.

Per quanto riguarda l’Eurovision, è difficile dirlo, perché ci sono tantissimi Paesi coinvolti. Ma credo che si stia tornando – come dicevamo prima – a un approccio più legato alle proprie radici e penso che sia una cosa positiva. Se ascolti una canzone della Grecia, dovresti sentire che viene dalla Grecia, che ha uno stile greco. Cinque o dieci anni fa, invece, tutti i Paesi volevano suonare allo stesso modo: internazionali, in inglese… e alla lunga diventava un po’ noioso.

Ora invece si torna a valorizzare l’identità, a mostrare da dove si viene. E io apprezzo molto questa direzione. Anche noi, in Svezia, abbiamo provato a lungo a seguire quel modello più internazionale… poi, all’improvviso sono arrivati i KAJ, e per noi è stato un enorme passo avanti. Se un anno fa mi avessero detto che i KAJ avrebbero vinto il Melodifestivalen con una canzone in svedese avrei pensato fosse uno scherzo, non credevo fossimo pronti per una cosa del genere, ma lo eravamo, ed è davvero positivo per noi.

Sto ricevendo tantissimi messaggi da produttori, autori, etichette e artisti che mi ringraziano e dicono: “Wow, avete fatto qualcosa di grande”. È stato rinfrescante, per la Svezia, mostrare qualcosa di diverso.

Hai una canzone italiana preferita all’Eurovision? O magari una canzone italiana in generale che ti piace particolarmente?

A me l’Italia piace tantissimo, ricordo che avevo comprato un disco di Laura Pausini quando avevo 15 o 16 anni e lo adoravo. E ovviamente Insieme: 1992 di Toto Cutugno è ancora oggi una delle mie canzoni preferite. Amo davvero quel brano, la sua voce e anche molte delle sue altre canzoni.

E poi, certo, adoro i Måneskin… ero a Rotterdam quell’anno, perché avevo lavorato all’entry svedese (NdA: Voices di Tusse) e ricordo benissimo quel momento, speravo davvero che vincessero i Måneskin. Ero seduto in green room con Dino Medanhodzic e Christer Björkman e stavamo parlando della serata, chiedendoci chi avrebbe potuto vincere. C’era anche la Francia quell’anno, era tutto molto aperto.

Ma io dissi subito: “Secondo me vincono i Måneskin”. Avevo proprio quella sensazione, erano fortissimi e la canzone era fantastica.

Da appassionato e professionista che segue l’Eurovision da tempo, che idea ti sei fatto della partecipazione italiana al contest? Qual è, secondo te, il suo punto di forza principale?

Penso che l’Italia, ogni anno, mantenga un livello altissimo. Portate sempre cantanti straordinari, produzioni curate… ed è davvero una cosa bellissima.

Personalmente, mi piacerebbe tantissimo sentire un po’ di rock melodico dall’Italia. So che siete anche un Paese con una forte tradizione in quel genere… certo, avete anche tutta la scena urban e tutto il resto, ma io – a titolo personale – adoro il rock melodico. Voterei sicuramente per una proposta così.

Infine, hai un messaggio per i nostri lettori italiani?

Voglio solo dire grazie di cuore a tutti voi che seguite l’Eurovision e ascoltate le mie canzoni, o quelle degli altri artisti svedesi. Mi rende davvero felice e voglio che lo sappiate.

Quello che faccio, insieme a tanti altri colleghi straordinari – co-autori, artisti, produttori – nasce da una passione autentica. Ci mettiamo tantissimo impegno, tanto cuore e quando voi apprezzate ciò che facciamo… beh, per noi significa davvero moltissimo.

L’intervista è stata tradotta dall’inglese e redatta per ragioni di chiarezza ed esposizione. Grazie ad Anderz Wrethov e Madeleine Sinding-Larsen (SVT) per il tempo concesso e l’enorme disponibilità nell’organizzare e rispondere a questa intervista in breve tempo, nel pieno culmine della settimana eurovisiva.


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