Eurovision 2025: l’intervista a Carl-Henrik Wahl, fondatore del songwriting camp The Woods (Norvegia)

Negli ultimi anni, l’Eurovision Song Contest ha visto emergere con forza un nuovo paradigma creativo: quello dei songwriting camp, spazi collaborativi dove autori, produttori e artisti si incontrano per dare vita a brani pensati per il grande palco europeo.
Se la scrittura collettiva non è certo una novità nel mondo della musica, l’Eurovision la sta portando a un nuovo livello, rendendola una vera e propria fucina di successi. Ne sono una prova tangibile le ultime tre stagioni del contest: dallo SUISA Camp del “Mr. Eurovision” svizzero Pele Loriano è nata The Code di Nemo (vincitore dell’Eurovision 2024 per la Svizzera), mentre in un altro camp nato appositamente per trovare l’entry austriaca del 2025 e patrocinato dallo stesso Loriano è stata sviluppata Wasted Love di JJ (Johannes Pietsch), trionfatore il mese scorso dell’edizione 2025.
Anche una delle fan favorite dell’era recente, Queen of Kings di Alessandra Mele (5° all’Eurovision 2023 per la Norvegia), è nata in uno dei tanti camp creati appositamente per il Melodi Grand Prix, nella fattispecie il Fjord Music MGP Camp di Morten Franck.
In questo scenario in costante evoluzione, uno dei nomi più interessanti e innovativi è quello di Carl-Henrik Wahl, ideatore e organizzatore di The Woods, songwriting camp norvegese che negli ultimi anni ha contribuito alla nascita di oltre 25 brani presentati in selezioni nazionali – tra cui Give That Wolf a Banana dei Subwoolfer (Norvegia 2022) e Laika Party di Emmy Guttulsrud Kristiansen (Irlanda 2025).
Il progetto ha la sua base operativa nel villaggio di Rena nella Norvegia orientale, ma si è lentamente allargato al di fuori dei confini nazionali e ha in programma di toccare svariate nazioni europee nel futuro prossimo.
Oltre a Give That Wolf A Banana, Wahl figura come autore di altre due canzoni iconiche della storia recente del Melodi Grand Prix: Bli med meg på gar’n, presentata nel 2021 dal trio comico-rap TuVeia, e Geronimo, classificatasi nona nel 2023 ed eseguita dagli Umami Tsunami, un progetto nato per introdurre le atmosfere del K-pop nel panorama musicale nordico, tra i cui membri figurava anche lo stesso Kyle Alessandro (rappresentante della Norvegia all’Eurovision 2025 con Lighter) assieme a Kristian Haugstøyl e Magnus Winjum.
Oltre a dirigere i team creativi e organizzare gli ormai noti songwriting camp di The Woods, Wahl è anche un produttore musicale con all’attivo oltre 250 canzoni pubblicate. Ha un’affinità naturale per la musica energica e ritmata, e predilige produrre EDM e pop con una vena originale e fuori dagli schemi.
Ma Wahl non si è limitato a firmare hit dietro le quinte: nel 2022 ha anche calcato il palco di Torino nel ruolo di DJ Astronaut, parte integrante del progetto Subwoolfer, tra le partecipazioni più iconiche (e misteriose) della storia recente dell’Eurovision.
Poco prima dell’inizio della settimana eurovisiva di Basilea 2025, abbiamo incontrato Carl-Henrik Wahl per parlare del futuro della scrittura musicale nel contesto del contest, del fenomeno dei songwriting camp, e di come The Woods stia contribuendo a ridefinire il dietro le quinte dell’Eurovision con creatività, visione e spirito collettivo – oltreché della sua partecipazione in prima persona a fianco dei “lupi” norvegesi sul palco di Torino.
Potresti presentarti brevemente e raccontarci con parole tue qual è il tuo ruolo in The Woods?
Sì, sono Carl-Henrik Wahl, il “custode della foresta” di The Woods, qui in Norvegia. The Woods è un’agenzia di produzione creativa che si concentra sullo stimolare il lavoro creativo, in particolare legato alla scrittura di canzoni. Ci occupiamo di mettere insieme persone, farle collaborare e scrivere musica insieme.
Molti dei nostri lettori conoscono già in linea generale il concetto di songwriting camp, ma potresti spiegare meglio cosa sono e come funzionano nella tua esperienza?
Un songwriting camp è un ambiente di creazione collettiva in cui riuniamo delle persone e, in pratica, le dividiamo in “squadre” e le chiudiamo in studio dalle nove del mattino fino alle nove di sera… e non le lasciamo uscire finché non hanno una canzone pronta!
Alla fine della giornata si ascoltano tutte le canzoni scritte. La pubblicazione dei brani dipende poi dall’artista, dal gruppo di lavoro, dal produttore e da tutti coloro che hanno partecipato. Ma, nella sua essenza, è tutto molto semplice: creativi che si incontrano in gruppi da tre, quattro, a volte cinque persone, con un solo obiettivo – scrivere una canzone al giorno.
Per farlo, però, serve un mix di competenze ben definito: ci vuole un paroliere, un produttore musicale, un compositore che si occupi della linea melodica e, infine, un artista. Servono tutte queste figure nella stanza per riuscire a portare a termine una canzone in una sola giornata.
Da quanto tempo segui l’Eurovision Song Contest e da quando The Woods ha iniziato a puntare attivamente al contest? Cosa ha acceso questo cambio di direzione?
Diciamo che tutto è cambiato circa sei anni fa, anche se organizziamo songwriting camp da ormai dieci anni. Ci siamo accorti molto presto che molti dei camp sparsi per il mondo si limitavano a dire: “Ehi, venite qui e scriviamo canzoni insieme”, ma senza un obiettivo preciso. Quello che ho notato è che, in quei contesti, alcuni volevano scrivere pop, altri rock, altri ancora erano lì con l’idea precisa di scrivere per l’Eurovision… e poi c’erano quelli che l’Eurovision lo detestavano. Mettere queste quattro persone nello stesso gruppo… era un po’ un caos.
Così abbiamo iniziato a riunire persone accomunate da una passione autentica per generi ben precisi: pop, R&B, elettronica o Eurovision. E lì abbiamo visto crescere enormemente l’entusiasmo all’interno dei nostri camp. In più, abbiamo deciso di lavorare in modo sistematico per far arrivare le nostre canzoni alle orecchie giuste: quelle dei decision maker dell’industria musicale.
È così che abbiamo avviato il dialogo con NRK, la televisione di stato norvegese (NdA: organizzatrice del Melodi Grand Prix, la selezione norvegese per l’Eurovision) e abbiamo riunito persone che, messe insieme, vantano centinaia di anni di esperienza nella scrittura musicale. I nostri Eurovision camp sono così diventati una vera e propria fucina di autori, artisti e appassionati decisi a scrivere per questo format.
Cosa rende secondo te l’Eurovision uno spazio così interessante e unico per chi scrive canzoni?
Penso sia l’opportunità di far ascoltare e conoscere le proprie canzoni a un pubblico incredibilmente vasto, in tempi rapidissimi. Se invii un brano a una selezione nazionale, la vinci, e poi riesci ad arrivare all’Eurovision, hai la possibilità di fare ascoltare la tua canzone davanti a, ormai, qualcosa come 160 milioni di persone. È un mercato che, come autore, fai davvero fatica a immaginare di potere raggiungere.
E poi c’è un altro aspetto: avere davvero la possibilità di far sentire la propria voce.
Gli artisti entrano nel processo sin dall’inizio (ad esempio partecipando al camp per scrivere un brano su misura per loro) oppure vengono coinvolti successivamente, quando il brano è già scritto?
Entrambe le cose, ma cerchiamo davvero di coinvolgere gli artisti direttamente nei nostri camp, perché molti di loro vogliono essere parte attiva del processo creativo. Molti artisti, infatti, non vogliono cantare canzoni scritte esclusivamente da altri, sentono il bisogno di avere una voce propria all’interno del processo di scrittura. Coinvolgerli fin dall’inizio ci assicura che possano influenzare il risultato finale in modo che rispecchi la loro personalità artistica e li faccia sentire a proprio agio.
Che fine fanno le tante canzoni scritte nei camp che poi non vengono pubblicate o scelte in una selezione nazionale? Vengono riadattate, riproposte o messe da parte?
Succedono diverse cose con quelle canzoni: alcune sono state scritte anni fa e forse potrebbero entrare nel cast di qualche selezione l’anno prossimo, alcune le riprendiamo in mano di tanto in tanto, altre magari erano state pensate per l’Eurovision ma poi sono finite in mano a un artista diverso che le ha incise e ha iniziato a portarle dal vivo.
Molto spesso è il caso a determinare il percorso di una canzone e molte altre restano semplicemente sui nostri folder di Dropbox. A volte il messaggio non è abbastanza chiaro, o il concept non funziona del tutto, o magari non si trova un artista disposto a interpretare quel tipo di espressione. Ci sono molte canzoni valide che probabilmente non verranno mai pubblicate per tutta una serie di motivi tecnici.
E poi c’è anche la questione economica: chi è che paga? Servono investimenti importanti per finalizzare una produzione e renderla pronta per il rilascio. Quindi entrano in gioco molti fattori. Ma noi, da parte nostra, facciamo tutto il possibile per dare visibilità ai brani che vengono scritti ai nostri camp.
Cosa pensi distingua The Woods da altri songwriting camp?
In Norvegia esistono diversi camp pensati appositamente per scrivere canzoni destinate al Melodi Grand Prix e lo stesso vale per tante altre realtà in Europa. Ne abbiamo frequentati parecchi, ma nel tempo abbiamo notato alcuni aspetti che volevamo assolutamente evitare nei nostri.
La nostra filosofia è questa: prendiamo i camp sul serio. Devono essere divertenti, stimolanti, creativi… ma alla base ci dev’essere una struttura solida, anche dal punto di vista pedagogico. Selezioniamo attentamente i partecipanti, cercando un equilibrio tra professionisti esperti, nuove leve piene di idee fresche e persone che siano forti dal punto di vista strumentale.
Un’altra cosa a cui teniamo moltissimo è il benessere delle persone: che mangino bene, che dormano bene. Per esempio, abbiamo smesso completamente di servire alcolici e questo ha avuto un impatto enorme.
Molti songwriting camp vengono visti quasi come feste e in passato anche noi eravamo soliti offrire alcolici. Ma con il COVID siamo stati costretti a sospenderli e da lì abbiamo notato un miglioramento pazzesco: prima lavoravamo una canzone su dieci, ora almeno cinque su dieci sono di qualità sufficiente. Le persone sono le stesse, gli studi sono gli stessi, il cibo è lo stesso. L’unica differenza? Niente alcol. E questo ha davvero cambiato tutto.
Quali caratteristiche ritieni fondamentali per una canzone eurovisiva efficace, al giorno d’oggi?
Bisogna avere una sorta di “X Factor”, assolutamente. Ne parliamo spesso all’inizio dei nostri camp, durante le presentazioni. Diciamo ai partecipanti: “benvenuti, oggi dobbiamo scrivere una canzone che abbia questi elementi”. Ci riferiamo, ad esempio, alla capacità di essere memorabile, all’avere delle parti che si possono facilmente ripetere e cantare, ma anche all’inserire un elemento che dia qualcosa di cui parlare ai fan.
Serve qualcosa di fragile o di rischioso: una nota alta, una nota lunghissima, un momento di silenzio, un cambio improvviso. Qualcosa che, quando succede sul palco, faccia trattenere il respiro al pubblico. Ce la farà? Non ce la farà? È proprio quell’elemento di tensione o vulnerabilità che può far emergere davvero un brano. Può essere qualunque cosa, ma deve esserci.
All’interno del songwriting camp The Woods sono stati già prodotti oltre 30 brani che hanno partecipato a diverse selezioni nazionali, soprattutto per il Melodi Grand Prix, ma quest’anno avete avuto canzoni in gara anche in Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta e Montenegro. Inoltre, avete organizzato di recente dei camp in Croazia e in Germania. Avete progetti o sognate di espandervi verso altre selezioni nazionali, o organizzare dei camp che possano dare nuova linfa a un’intera selezione, come ha fatto Malta quest’anno? (NdA: con il Malta Eurovision Music Exchange Camp, che l’anno scorso ha prodotto 18 delle 24 canzoni in gara al Malta Eurovision Song Contest)
Sì, esatto. In effetti quest’anno organizzeremo un camp a Dublino, uno a Bucarest e poi torneremo di nuovo a Berlino. E stiamo già lavorando per avere altri camp nel 2026 a Berlino, ma anche ad Amsterdam e, con un po’ di fortuna, a Stoccolma.
In generale, veniamo contattati da molte persone a livello internazionale che vogliono capire se è possibile portare questo nostro approccio anche nei loro paesi. C’è molto interesse nell’integrare i metodi di lavoro che utilizziamo a The Woods all’interno di realtà locali.
Portando nello stesso luogo persone di tante nazionalità, capita mai che ci siano difficoltà linguistiche di qualche tipo all’interno dei vari gruppi di lavoro ed è difficile collaborare con persone che non parlano inglese (o norvegese) come prima lingua?
Sì, abbiamo sicuramente riscontrato delle difficoltà linguistiche. Ma proprio per questo, durante la presentazione che facciamo prima di ogni camp, ci assicuriamo sempre di dire a tutti i partecipanti di concedersi il beneficio del dubbio. Se qualcuno dice qualcosa che suona offensivo, la realtà è che – almeno secondo me – nessun autore lo fa intenzionalmente.
Ci sono stati parecchi episodi, soprattutto fra persone provenienti da Germania, Finlandia e Regno Unito, dove ci sono stati forti fraintendimenti. C’è qualcosa che si perde nella traduzione, soprattutto quando si passa, ad esempio, dal tedesco all’inglese e poi magari anche al finlandese: la struttura della frase può risultare estremamente dura o scortese, anche se non è quella l’intenzione. Ho avuto tantissime situazioni in cui le difficoltà nascevano proprio tra finlandesi e tedeschi e tutto si riduce semplicemente a un “lost in translation”.
Avendo partecipato alle selezioni eurovisive ormai da diversi anni, hai notato dei cambiamenti in ciò che i broadcaster cercano nelle canzoni?
Sì, sembra proprio che stiano andando oltre le strutture tradizionali della canzone, si percepisce che è in corso un’evoluzione. Uno degli esempi più evidenti è sicuramente Cha Cha Cha di Käärijä, che parte con un sound metal quasi aggressivo e poi all’improvviso vira in un’esplosione di eurodance semplicemente folle. Credo che negli ultimi anni si siano viste sempre più canzoni che giocano con questi cambi di genere all’interno dello stesso brano.
Abbiamo tutti notato che Cha Cha Cha è diventata quasi la signature song dell’Eurovision negli anni Venti: tantissime canzoni, in un modo o nell’altro, sembrano ispirarsi a quella formula, e le troviamo nelle selezioni di tutta Europa dal nord a sud, dall’est all’ovest. Un po’ quello che è stata, come modello a cui molte canzoni cercavano di avvicinarsi, Euphoria di Loreen negli anni Dieci…
Ma ci sono ancora tante persone che cercano di scrivere nuove versioni di Euphoria! (ride)
L’ho visto succedere in moltissimi camp: si inizia una sessione dicendo “prendiamo Euphoria come riferimento” e ogni volta cerco di spiegare loro che Euphoria esiste già, ed è unica. Non c’è bisogno di scrivere una copia: serve scrivere qualcosa di nuovo.
Cosa ti fa pensare il successo di The Code di Nemo (nata al camp SUISA di Pele Loriano) e di Queen Of Kings di Alessandra Mele (scritta al Fjord Music MGP Camp di Morten Franck) rispetto al ruolo crescente dei songwriting camp nel panorama dell’Eurovision?
Beh, uno degli autori di The Code (NdA: Lasse Midtsian Nymann) era stato mio stagista. E Morten [Franck] ha partecipato forse a una ventina dei nostri camp. Potrebbe anche essere una coincidenza (ride) ma credo che abbiano semplicemente fatto un lavoro eccellente nel radunare grandi talenti, tanta passione e nel cogliere il momento giusto. Con Queen of Kings, ad esempio, hanno costruito il momento magico attorno alla whistle note.
Nel caso di The Code invece, sono riusciti a creare un senso di tensione continua: ce la farà con le note alte? Ce la farà col rap? Con il falsetto? Hanno saputo costruire una dinamica emotiva che tiene lo spettatore agganciato.
Ovviamente, poi, ci sono artisti straordinari, autori ispirati e produttori fortissimi. A volte capita così: metti insieme le persone giuste nel momento giusto… e riesci a creare qualcosa di prezioso.
Alcuni fan dell’Eurovision sostengono che le canzoni nate nei songwriting camp manchino di “autenticità” o sembrino meno genuine. Come rispondi a questa critica?
Beh, qui ho una risposta piuttosto lunga. Ma diciamo che, in sintesi, penso che chi critica i songwriting camp semplicemente non abbia idea di cosa stia parlando. La co-creazione esiste da sempre nella musica pop. Ho visto giovani artisti senza co-autori avere successi enormi, così come canzoni scritte da dieci persone ottenere altrettanto successo. Non è il numero di persone o il formato a determinare la qualità di un brano. È questione di talento, intuizione, e di come si riesca a trovare “l’oro”, il momento giusto con le persone giuste.
Elton John, per esempio, non ha mai scritto i testi delle sue canzoni da solo, aveva un co-writer. Collaborazioni tra autori e artisti sono sempre esistite. Il fatto che oggi ci siano dei camp ben strutturati e finalizzati non significa che i brani siano meno autentici, anzi.
Quando organizzo un camp, metto insieme persone con background, generi e culture diverse. A volte, in una sola stanza, si trovano cent’anni di esperienza nella scrittura musicale. È normale che il risultato sia solido: sono professionisti, sanno quello che fanno. Perché dovremmo criticarli solo perché hanno scritto quella canzone in un contesto condiviso?
Poi, se vogliamo affrontare davvero la questione dell’“autenticità”, facciamoci questa domanda: che cos’è davvero autentico? Guardiamo alla Norvegia negli ultimi quattro anni: i Gåte, con un brano credibilissimo, scritto dalla band stessa, perfettamente coerente con ciò che molti definirebbero “autentico”… sono arrivati ultimi all’Eurovision.
Tix, con Fallen Angel, scritta da solo nella sua cameretta, è arrivato diciottesimo. Invece Alessandra (Mele), con una canzone nata in un songwriting camp, ha ottenuto un quinto posto e oltre 300 milioni di stream, e i Subwoolfer, anche loro nati in un camp, con Give That Wolf A Banana, sono arrivati decimi e hanno superato i 100 milioni di stream su tutte le piattaforme.
Quindi il punto è: non esiste una formula magica, ma dire che i camp producano musica “non autentica” è un pregiudizio infondato. Collaborare non toglie autenticità e semmai arricchisce la visione creativa.
L’intelligenza artificiale sta diventando sempre più presente nel mondo della scrittura musicale, dalla generazione di testi fino alle melodie. Qual è il tuo punto di vista su questo fenomeno? Pensi che l’AI potrà mai davvero sostituire il contributo umano, o ci sarà sempre qualcosa che solo gli esseri umani possono portare nel processo di scrittura?
Bisogna sempre assicurarsi di trasmettere un’emozione. È fondamentale che chi ascolta provi qualcosa. Detto ciò, ci sono processi che stanno diventando sempre più accessibili, anche grazie all’intelligenza artificiale, ma si tratta semplicemente di un’evoluzione naturale.
Abbiamo Splice, una libreria di sample da quasi dieci anni. La gente lo usa da sempre. E allora, se quello non è considerato “barare”, perché l’IA dovrebbe esserlo? Masterwriter esiste da oltre vent’anni, è un database per autori. Oppure RhymeZone, usatissimo. E poi tutte le librerie di sample in commercio, sono strumenti disponibili da tempo. Io penso che l’IA possa in realtà stimolare la creatività, perché non dà a tutti lo stesso identico materiale, come fanno le librerie di sample. Ti spinge ad andare oltre.
Ovviamente, devi sempre mettere il tuo tocco personale. Devi pensare: “questo mi rappresenta come autore?” Devi avere un’opinione forte su ciò che crei, così come l’avevamo sugli strumenti precedenti. Oggi si parla tanto di IA: alcuni non vogliono averci nulla a che fare, altri la adorano. Ma alla fine, è solo uno strumento, e scegliere se usarla o meno è come scegliere se andare a piedi, in bici, in autobus o in macchina. Dipende da come vuoi fare il tuo lavoro.
Poi è chiaro, ci sono questioni importanti da discutere, come l’addestramento dell’IA e la tutela dei diritti – ma ci stanno lavorando delle persone molto più competenti di noi – ed è parte della nostra epoca. Le soluzioni arriveranno.
All’inizio del tuo percorso eurovisivo hai co-scritto Bli med meg på gar’n dei TuVeia, che riascoltandola oggi sembra avere una certa somiglianza con Bara bada bastu dei KAJ, favoriti per la vittoria all’Eurovision 2025 (NdA: poi quarti classificati). Pensi che quel brano fosse solo in anticipo sui tempi? Perché quella non funzionò e invece Bara bada bastu è diventata un successo globale in tutta la Scandinavia?
Beh, penso che una parte del motivo sia che i KAJ… quei ragazzi sono vocalist davvero straordinari. Se dai un’occhiata al loro background, al modo in cui si esibiscono, cantano e improvvisano, sono un trio di grande talento. I TuVeia sono talentuosi a modo loro, ma non hanno le stesse grandi voci, non hanno lo stesso tipo di presenza vocale. Inoltre, per loro tre TuVeia non è una priorità assoluta: è più un progetto collaterale con cui si divertono. Preferiscono fare concerti locali, ed è quello che fanno.
KAJ invece lavorano su una scala molto più ampia, con l’umorismo, in televisione… Hanno una piattaforma molto più solida da cui lanciarsi verso progetti più grandi. Era solo questione di tempo, insomma. Quindi sì, penso che Bli med meg på gar’n fosse una canzone molto divertente, ma i KAJ sono semplicemente un gradino sopra.
In questo Eurovision, The Woods è rappresentata dal brano Laika Party, eseguito da Emmy Guttulsrud Kristiansen in rappresentanza dell’Irlanda (NdA: poi 12° classificato nella seconda semifinale). È vero che la canzone è stata scartata dal Melodi Grand Prix 2025 e poi presentata alla selezione irlandese Eurosong? Sei rimasto sorpreso quando ha vinto in Irlanda?
Dobbiamo per forza parlare dei Subwoolfer e di Give That Wolf A Banana, la prima entry nata dal songwriting camp The Woods ad aver raggiunto l’Eurovision. Nel documentario “Worst Kept Secret: The Subwoolfer Documentary” si dice che il brano è nato per scherzo. È vero?
Beh, è tutto iniziato come uno scherzo e sì, abbiamo anche un documentario completo su YouTube che racconta tutta la storia, per chi volesse saperne di più. Ma, molto brevemente, ricordo che Ben (Adams) stava leggendo delle notizie e ciha chiesto: “Ci sono dei lupi qui in zona?”, perché stavamo scrivendo qui a Rena. E sì, ci sono davvero.
Gaute era in ritardo per la colazione, è arrivato in studio di corsa e ha preso una banana al volo. E da lì, una cosa ha portato all’altra, l’artista che doveva esserci non si è presentato, quindi ci siamo detti: “Okay, cosa facciamo oggi? Forse dovremmo semplicemente dare una banana al lupo”. (ride)
Alla fine sei diventato parte del progetto, nel ruolo di DJ Astronaut. Come è successo?
Beh, io mi sento davvero a mio agio dietro al vetro dello studio – mi piace tantissimo stare in studio e non ho mai avuto l’obiettivo di salire su un palco. Ma quando è arrivata la partecipazione al Melodi Grand Prix, NRK voleva avere un DJ sul palco e a un certo punto mi è stato chiesto se volessi farlo io. Non volevo salire sul palco perché non mi sentivo a mio agio a ballare.
Dopo l’Eurovision, però, avevamo tantissimi concerti programmati e non sapevamo davvero come gestirli, anche perché a causa del COVID, Gaute aveva un sacco di matrimoni in cui suonare per contratto e Ben molti concerti con gli A1 (NdA: la boyband britannica-norvegese in cui Adams ha militato a cavallo tra ’90 e ’00, recentemente riunitasi per diversi tour-anniversario). Quindi non potevano esibirsi quasi mai – almeno non insieme – per tutta l’estate.
Stavo parlando con un amico, chiedendogli cosa fare. E lui mi ha detto: “Penso che tu debba solo fartene una ragione e infilarti nel costume da astronauta.” Così ho iniziato a provare le coreografie e mi sono detto: “Ok, posso farcela”, anche perché ho un passato da DJ, lo faccio da venticinque anni, quindi sono abituato a stare su un palco, ma dietro le quinte, non davanti.
Con la maschera indosso, riuscivo anche a ballare. Mi occupavo di tutto: visual, show, logistica. In quattro concerti diversi ho usato otto persone diverse nel costume da lupo, perché dovevamo trovare ballerini per ogni show. Li istruivo io stesso, dicendo cose tipo “Ben mette sempre la gamba sul monitor in questo punto, fallo anche tu” oppure “Gaute fa sempre questo passo male: sbaglialo apposta”.
Anche Ben e Gaute erano super coinvolti: registravano nuove voci per ogni esibizione, che si tenevano poi tutte in playback, ma ogni volta con nuove registrazioni vocali. E la gente se ne accorgeva, diceva “aspetta, questa versione non l’ho mai sentita!” (ride). Abbiamo provato a mettere microfoni nei caschi, ma era un incubo. Non avevamo altri “lupi” disponibili, quindi tutti erano in playback, ma grazie alle maschere non si notava.
Ben e Gaute registravano le loro voci per mantenere l’illusione che fossero davvero sempre loro all’interno dei costumi. Era l’unico modo per farcela, perché erano vincolati da altri impegni. Fortunatamente, per gli eventi più grandi come VG-lista (NdA: un enorme concerto gratuito, organizzato annualmente dal tabloid VG – Verdens Gang – presso la Rådhusplassen di Oslo), hanno potuto esserci di persona.
Quali sono state le sfide principali nel mantenere il segreto sull’identità del gruppo mentre diventava sempre più popolare?
Beh, abbiamo un po’ sottovalutato fino a che punto alcune persone sarebbero arrivate pur di scoprire le identità dei Subwoolfer. Il livello di stalking sui social media, di pedinamenti veri e propri, di curiosità era pazzesco.
È stato divertente da seguire sui social, anche perché avevo appena insegnato a un ballerino a imitare Ben – la cosa del piede sul monitor – e la gente diceva: “Aspetta, come può essere Ben in Norvegia se è in Asia a esibirsi proprio ora? Ma è lui o non è lui?”. E NRK era felicissima, ricordo che la responsabile stampa mi disse: “Sì! Finalmente abbiamo infastidito talmente tanto VG (NdA: il principale quotidiano “popolare” norvegese) che hanno mandato i paparazzi!”
Avevamo anche chiesto a Ylvis (il duo comico di What Does the Fox Say?) se volevano far parte del progetto, ma ci hanno detto che non avevano tempo, perché stavano conducendo il loro talk show. Però hanno giocato con questa ambiguità: ogni volta che qualcuno chiedeva se fossero loro, non confermavano né smentivano, quindi hanno mantenuto vivo il mistero. Siamo davvero grati che abbiano giocato insieme a noi.
Hai un ricordo o un aneddoto divertente del periodo Subwoolfer che ora puoi finalmente condividere, ora che il mistero è stato svelato?
La cosa bella era che nessuno sapeva davvero chi fossero, quindi potevano girare abbastanza liberamente. È stato divertente perché molte persone chiamavano l’hotel cercando di parlare con Ben, tipo: “Ehi, Ben Adams alloggia lì? Mi piacerebbe parlargli.” Ma per fortuna chi si occupava delle prenotazioni aveva pensato a tutto: i due erano registrati come Wolf 1 e Wolf 2.
E… sei riuscito a goderti un po’ l’Italia, anche se eri “sotto copertura” durante l’Eurovision 2022?
Sì, mi sono goduto parecchio l’esperienza e sono riuscito a girare un po’. Non dovevo partecipare a tutte le prove, ma ho fatto molte conferenze stampa e interviste. È stato tutto surreale, con gli occhiali da sole, travestito e la gente che mi faceva domande… probabilmente avete visto quelle interviste dove mi mandano segnali e io cerco di rispondere con gag assurde sulle banane, la luna e le nonne. Tutto completamente nonsense.
C’è un artista con cui ti piacerebbe scrivere o collaborare, che venga dalla “bolla” dell’Eurovision o da altri contesti?
Penso che sarebbe fantastico scrivere con Käärijä e Joost (Klein). Assolutamente, sarebbe davvero divertente, mi piace molto far parte di progetti che usano un certo livello di umorismo. Quindi sì, chiunque abbia più o meno quello stile, sarebbe fantastico poter collaborare anche con i KAJ.
Che consiglio daresti a giovani o aspiranti autori che vorrebbero entrare in questo mondo?
Devi avere il coraggio di sognare. Penso che le persone che riescono in questo campo sono quelle che si mettono nelle condizioni giuste per ottenere quel “biglietto”. Partecipano ai camp, agli eventi di networking, vanno all’Eurovision, fanno parte dei fan club… è importante essere dove le cose succedono, credere in sé stessi ma anche essere molto autocritici.
È importante chiedersi: sono abbastanza bravo da poter fare tutto, o forse dovrei concentrarmi su una cosa sola? Cosa NON dovrei fare?
Ci sono artisti che forse non dovrebbero cantare, ci sono produttori che forse non dovrebbero produrre, ci sono autori che forse non dovrebbero scrivere canzoni… ma ci sono anche autori che magari non sanno scrivere davvero, ma cantano in modo incredibile; artisti che non sono tecnicamente perfetti, ma sono parolieri eccezionali; oppure produttori non brillanti nella produzione, ma che sono straordinari musicisti.
Quindi, finché trovi la tua abilità principale e ti metti in un gruppo che ha quelle forze complementari, può funzionare e funzionerà..
Infine, vuoi lasciare un messaggio ai nostri lettori italiani e magari a cantautori e musicisti italiani interessati a entrare nel mondo dell’Eurovision?
Beh, stiamo cercando qualcuno che possa aiutarci a organizzare un camp a Roma… (ride) quindi sarebbe davvero bello poterne fare uno anche lì! Al di là di questo, direi che il messaggio migliore è forse anche il più semplice e universale: siate gentili gli uni con gli altri, abbracciate la pace nel mondo… e mantenete vivo l’amore e la passione per il contest.
L’intervista è stata tradotta dall’inglese e redatta per ragioni di chiarezza ed esposizione. Grazie a Carl-Henrik Wahl per il tempo concesso e l’enorme disponibilità nell’organizzare e rispondere a questa intervista in breve tempo.
Nella nostra sezione dedicata, trovate tutte le interviste che abbiamo realizzato dal 2010 ad oggi.
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