Eurovision 2026: per il Cancelliere Stocker Vienna non deve ospitare l’evento se Israele sarà esclusa

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Il cancelliere austriaco Christian Stocker e il segretario di Stato Alexander Pröll stanno facendo pressioni affinché l’emittente ORF e la città di Vienna rinuncino ad ospitare l’Eurovision Song Contest 2026 nel caso Israele venga esclusa.

La notizia-bomba è stata sganciata dal tabloid austriaco OE24 che riporta come questa decisione segua l’eco avuto dalle parole pronunciate dal Cancelliere tedesco Friedrich Merz nella giornata di ieri al programma ARD Tagesthemen, in cui ha chiesto il ritiro della Germania in caso di estromissione di Israele.

Un parlamentare del partito del Cancelliere Stocker, il Partito Popolare Austriaco (ÖVP), ha dichiarato a OE24 che è “inaccettabile proibire ad un artista israeliano di venire a Vienna”. Dello stesso pensiero sono anche gli esponenti del partito liberale NEOS, facenti parte della coalizione del Governo Stocker e guidati dall’attuale Ministra degli Esteri Beate Meinl-Reisinger.

È bene precisare che, come twittato dal giornalista americano del New York Times Alex Marshall – che si occupa delle notizie europee e cha ha contattato l’ufficio del Cancelliere Stocker – non c’è stata un’espressa dichiarazione di rinuncia all’organizzazione in caso dell’esclusione di Israele.

Rimane però l’azione nel dietro le quinte per spingere ad un passo indietro nel caso Israele venga estromessa. La stessa ORF, come sostenuto dal direttore generale Roland Weißmann, è a favore della partecipazione di Israele alla 70° edizione dell’Eurovision Song Contest.

Anche il Sindaco di Vienna, Michael Ludwig, a fine settembre si era già espresso contro l’esclusione di Israele dall’Eurovision Song Contest. Come riportato dal Kronen Zeitung, Ludwig aveva così risposto ad una lettera inviatagli dal presidente ad interim dell’organizzazione European Jewish Congress Ariel Muzicant, l’ex-presidente del parlamento austriaco Wolfgang Sobotka e Daniel Kapp, imprenditore ed ex-portavoce del vice-cancelliere Josef Pröll:

Respingo categoricamente il boicottaggio degli artisti israeliani sulla base delle loro origini.

Nella lettera Muzicant, Sobotka e Kapp avevano definito la possibile esclusione di Israele come una “violazione dei principi fondamentali dell’Eurovision” e una “vergogna per Vienna e tutta l’Austria”.

La rinuncia di Vienna – e dell’ORF – ad ospitare l’Eurovision Song Contest 2026 tuttavia presenterebbe all’Austria un conto salato: 40 milioni di euro di penale, da versare alla nuova città ospitante, di cui 26 a carico di ORF che infatti ha già chiesto al governo federale di sostenere le spese in caso di rinuncia.

Eurovision 2026: il voto decisivo su Israele a novembre

In attesa del voto decisivo di inizio novembre che sancirà o meno la partecipazione di Israele all’Eurovision Song Contest 2026 di Vienna va ricordato come esista una decisa spaccatura interna all’EBU, con 4 paesi (Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia, Spagna) che hanno comunicato ufficialmente di essere pronti a ritirarsi qualora Israele prenda parte alla competizione e un fronte contrario alla sua esclusione guidato da Germania e Italia.

Secondo l’agenzia Reuters, la Ministra degli Esteri Beate Meinl-Reisinger aveva scritto agli omologhi di Spagna, Irlanda, Islanda, Belgio, Slovenia e Paesi Bassi una lettera in cui invitava i paesi a rinunciare al boicottaggio il prossimo maggio:

Come Ministro degli Esteri del Paese ospitante, sono profondamente preoccupata per il rischio di una frattura tra i membri dell’EBU su questo tema. Una tale frattura non farebbe che aggravare la discordia e precludere opportunità di dialogo importanti tra artisti e pubblico, senza migliorare la situazione sul campo in Israele e a Gaza. Escludere Israele dall’Eurovision Song Contest o boicottare l’evento non allevierebbe la crisi umanitaria a Gaza né contribuirebbe a una soluzione politica sostenibile.

Tra gli altri paesi in gara nell’ultima edizione San Marino ha confermato la sua partecipazione. La Norvegia dovrebbe esserci in qualsiasi caso mentre Danimarca e Finlandia ancora valutano la situazione, al pari di Polonia e Regno Unito, che sta tenendo un dialogo costante con l’EBU.


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