Eurovision 2026, data chiave il 10 Dicembre: “Evento sostenibile anche senza alcuni Paesi”

Wiener Stadthalle foto Christian Stemper 7

La data da segnare col circoletto rosso è il 10 Dicembre. Sarà quel giorno che sapremo quali e quanti Paesi parteciperanno ad Eurovision 2026.

EBU ha calendarizzato questa data probabilmente per dare qualche giorno di tempo alle emittenti la cui partecipazione è ancora in forse a causa della vicenda-Israele: il 5 Dicembre ci sarà infatti la riunione decisiva, quella in cui si deciderà il dentro o fuori per KAN, l’emittente israeliana.

Il voto online, che era previsto nel mese di Novembre, è stato annullato a seguito dell’avvio del processo di pace a Gaza. Una situazione attesa ed auspicata da EBU, che da quando è scoppiata la guerra scatenata dal massacro compiuto da Hamas il 7 Ottobre 2023 è finita in un tunnel apparentemente senza uscita.  

A Dicembre non è prevista però alcuna votazione ma solamente una discussione. Questo vuol dire che con ogni probabilità, si arriverà al tavolo con pochi residui dubbi che EBU spera possano essere fugati rapidamente. La tv israeliana KAN tiene ovviamente un basso profilo,  forte della sua battaglia per l’indipendenza. Chiaramente però è tutto in evoluzione: da qui al 5 Dicembre potrebbe persino cadere il Governo Netanyahu (ipotesi per nulla impossibile). E se la tregua tiene –  è la speranza di tutti, non solo di EBU – alcune delle carte in tavola potrebbero essere rimescolate.

Alcune tv  come quelle di Spagna, Paesi Bassi e Slovenia, hanno confermato che la loro opposizione alla presenza di Israele resterà a prescindere dall’esito del processo di pace in corso a Gaza, ma dagli spifferi che arrivano il fronte del “No”, non sarebbe più così compatto. Per esempio, la tv irlandese, che sin qui era stata molto intransigente verso il non voler partecipare al fianco di Israele ha già mostrato timide aperture. Come essa, altre emittenti. Su queste basi EBU ha aperto una negoziazione.

Roland Weißmann, direttore generale di ORF, che è in stretto contatto con l’amministratore delegato di EBU Noel Curran, sottolinea:

È il tempo della diplomazia, davanti e dietro il sipario. Percepiamo una spinta positiva verso la partecipazione di Israele. Eurovision non è un concorso politico ma musicale

Anche perché – e questo è forse il vero motivo dell’ottimismo – EBU e ORF hanno fatto i conti: sebbene in bilico ci siano tv che contribuiscono in maniera importante al concorso come Spagna, Paesi Bassi e Germania, la sostenibilità economica di Eurovision 2026 non sarebbe a rischio, a meno di clamorose defezioni di massa.

Ci auguriamo che all’evento che celebrerà i 70 anni del concorso parteciperanno più paesi possibile. Quanti saranno? Lo sapremo il 10 Dicembre, quando non sarà più possibile ritirarsi e chi lo avrà fatto non avrà pagato la tassa d’ingresso. In ogni caso, il rischio finanziario è molto gestibile. Se uno o due paesi non partecipano, è tutto assolutamente arginabile

A parlare è ancora Roland Weißmann, che siede anche nel Reference Group di EBU e dunque è lecito pensare che a grandi linee ORF e EBU abbiano già uno schema di massima dei Paesi in concorso.

Fra l’altro non si sa ancora – lo scopriremo appunto il 10 Dicembre – se avverrà l’atteso ritorno di Monaco, del quale si parla sempre con più insistenza ormai da mesi e se saranno aperte le porte, per esempio, al Kazakistan che da tempo bussa. E formalmente si attende ancora l’ufficialità del ritorno della Moldavia.

Dunque il ragionamento di ORF è abbastanza chiaro: se la protesta del “fronte del no” mira a far saltare il concorso, EBU ha probabilmente in mano i numeri per arginarla. Il rischio che diventi una protesta politica è dunque molto alto.

Vienna ospiterà sicuramente l’evento

A proposito di politica, Hans Lederer, presidente del Cda della tv austriaca, ha risposto ad Österreichische Volkspartei, il partito maggioranza di Governo del cancelliere Christian Stocker, che in queste settimane aveva chiesto a Vienna di rinunciare all’organizzazione di Eurovision 2026 in caso di esclusione di Israele.

Una posizione sostenuta anche dalle comunità ebraiche in Austria e soprattutto dall’iniziativa Solidarity Israel, che ha provato (a quanto sembra sembra vanamente) a fare pressione sugli sponsor per ritirarsi in caso di esclusione di KAN.

Chi partecipa ad Eurovision sa che nel contratto è incluso il fatto che se vinci devi ospitare l’anno successivo. I contratti si rispettano. Anche perché se non lo facessimo e il concorso fosse trasferito altrove, dovremmo comunque pagare. Non è possibile che la ORF – da qualsiasi parte politica provenga l’offerta– possa essere ‘comprata’ per non tenere un evento. Qual è il prossimo passo? Il divieto di trasmissioni speciali?

L’ORF opera in modo indipendente e ha un mandato di servizio pubblico. Sebbene ci sia una chiara necessità di discussione, che verrà rispettata, non può immaginare di cedere alle pressioni politiche. Sarà un Eurovision Song Contest difficile e delicato, ma si svolgerà qui a Vienna: la città si gioca molto.

La situazione attuale

Il quadro così disegnato farebbe quindi maggiormente propendere per una partecipazione israeliana rispetto a due mesi fa. Ma è ancora presto per dire come possa andare a finire.

EBU sta facendo opera di moral suasion ed è infatti difficile capire quali armi abbia in mano per convincere i paesi incerti e limitare i danni.

Per esempio, non è ancora noto come EBU vorrà intervenire sul meccanismo del voting, che ad Eurovision 2025 ha permesso a KAN di sfiorare la vittoria grazie ad una forte campagna promozionale – lecita, come abbiamo spiegato – avviata da un’agenzia governativa israeliana. Ma soprattutto, un voting che ha mostrato diverse falle soprattutto nella parte online con carta di credito.

Un pezzo dell’azione persuasoria di EBU potrebbe passare forse anche da lì. Non resta che attendere il 10 Dicembre e sapremo tutto.


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Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cittadino d'Europa