Eurovision 2026, si va verso nuove regole: “A Dicembre voteremo, puntiamo al record di Paesi”

Obiettivo, record di Paesi per Eurovision 2026. Lo dice Roland Weißmann, amministratore delegato di ORF, la tv austriaca che si prepara ad ospitare l’evento dal 12 al 16 Maggio prossimi alla Wiener Stadthalle.

La tv austriaca, che in queste ore ha diffuso le prime notizie ufficiali sull’evento, ha l’onere di organizzare l’edizione dei 70 anni e il mirino è già puntato:

Puntiamo a celebrare l’anniversario col maggior numero di Paesi possibili in concorso. Stiamo facendo una campagna diplomatica dietro le quinte per questo. Sono ottimista sul fatto che batteremo il record di partecipanti.

Che attualmente è fissato a 43, numero raggiunto nel 2008 a Belgrado e nel 2011 a Düsseldorf.

Lo scontro sulla ‘moral suasion’

A proposito di campagna diplomatica, ORF avrebbe iniziato quella verso la RTVE, l’emittente spagnola che al momento è quella più determinata a non partecipare se – come appare ormai certo – sarà presente la tv israeliana KAN e anche verso le tv di Slovenia, Paesi Bassi, Islanda e Irlanda.

C’era stata nei giorni scorsi una timida apertura da parte del capodelegazione spagnolo Cesàr Vallejo. Proprio in queste ore tuttavia il presidente di RTVE smentisce: “Qui non hanno chiamato”, dice José Pablo Lopez  rispondendo su X alla notizia relativa al meeting riportata da Cadena Ser,  la radio privata più seguita del Paese, sottolineando di  non aver ricevuto alcuna comunicazione da parte dell’ORF, nessuna richiesta di dialogo, nessuna sensibilizzazione, nessun briefing.

 Lopez parla di “politicizzazione” del concorso perché ORF ed EBU stanno cercando il dialogo con le emittenti sulla questione Israele e perché si sono incontrati col presidente Herzog. Anche assumendo questo, c’è da dire che non sono meno politiche le posizioni di chi chiede ad EBU quello che sarebbe un atto politico, cioè l’esclusione di KAN.

Cosa potrebbe spingere la Spagna a tornare sui suoi passi? Sicuramente il rischio di ritrovarsi isolata o quasi rispetto ad un numero crescente di Paesi, ma forse potrebbe essere alle viste qualche modifica al regolamento.

Roland Weißmann va più a fondo:

È tempo di diplomazia all’interno dell’EBU. Discutiamo, parliamo e ascoltiamo e cerchiamo di convincere. E ci saranno nuove regole. All’inizio di dicembre ci sarà un voto su queste regole, con un compromesso che accontenti tutti

Non specifica dove si interverrà ma è facile immaginare che possa essere nel meccanismo del voting, che lo scorso anno è finito nel mirino, non tanto (o non solo) per la campagna promozionale delle agenzie governative israeliane, che come abbiamo spiegato sono legali e hanno precedenti con Ucraina, Malta e Azerbaigian, quanto perché il voto online con carta di credito ha mostrato clamorose falle che hanno contribuito a costruire il secondo posto di Yuval Raphael.

Eurofestival News ne aveva  dato conto, anticipando i tempi, lo scorso Giugno e del resto già subito dopo Eurovision 2025 erano iniziati i malumori fra le delegazioni, capofila la sempre ben considerata Norvegia.

Fari puntati sul Canada

Roland Weißmann poi chiude con una battuta – ma non troppo, riguardante la volontà del Canada di partecipare e il recente scambio sul tema fra il Governo canadese ed i vertici di EBU:

Hurrà, Hurrà per il Canada. Sono tutti i benvenuti, siamo felici di ospitare il mondo

Sin qui i fatti. Volendo fare una considerazione a margine, è facile pensare che il capo della tv ospitante faccia ovviamente sfoggio di abbondante ottimismo, perché per arrivare a 43 Paesi manca ancora parecchio e anche facendo i conti, significherebbe la presenza di qualche Paese sin qui mai rientrato nei radar.

Maggiormente realistico, invece, il traguardo ipotizzato dalla capodelegazione francese Alexandra Redde-Amiel, che in un recente podcast parlava di 41 Paesi in concorso. Numero del resto più facilmente raggiungibile, come abbiamo spiegato.

La vera sfida: rilanciare il motto United by Music

In ogni caso, chi pensava ad un Eurovision 2026  a scartamento ridotto per la questione Israele (o tifava perchè questo avvenisse), resterà probabilmente deluso. Si preannuncia invece un’edizione in grande stile a Vienna. La vera sfida sarà probabilmente garantire le condizioni di sicurezza per le delegazioni, per i giornalisti, per il pubblico.

 Soprattutto se dovesse essere confermata come ormai sembra la presenza di Israele, si tratterà di capire se ci saranno le condizioni per evitare a chi rappresenterà KAN di vivere l’evento blindato in una stanza d’albergo, come successo nelle ultime due edizioni.

Ci saranno, eventualmente, come è probabile, anche manifestazioni di protesta contro la presenza israeliana: garantire questo diritto, sempre in sicurezza e limitando al minimo gli scontri è altrettanto importante. Ma più ancora, sarebbe importante riuscire a parlare il più possibile solo di musica e spettacolo.

Non sarà mai possibile scindere del tutto la politica da Eurovision, non foss’altro perché questo legame c’è dalla prima edizione: “Im Wartesaal zum großen Glück” di Water Aandreas Schwarz, prima canzone a rappresentare la Germania nel 1956, era un atto d’accusa al Governo tedesco post nazista di voler cancellare proprio quel passato e gli errori commessi, con un colpo di spugna, mentre il Paese ne pagava le conseguenze.

L’Eurovision stesso nasceva, in fondo, come uno strumento della “guerra fredda”: nel documentario  BBC “The Secret History Of Eurovision” Donald Sasson, professore emerito di storia europea spiega che

Il messaggio dell’Esc poteva essere sintetizzato in questo modo: “qui c’è divertimento e libertà e là c’è noia comunista”

É anche per questo motivo che l’Urss tenta invano di bloccare la possibilità di seguire l’evento nei Paesi della sua zona di influenza – particolarmente nella allora Germania Est, ma non solo – e creerà nel 1965 l’Intervision Song Contest.

Quello che Eurovision deve fare – e per cui EBU sta lottando – è evitare di farsi strumentalizzare da essa. Solo così potrà davvero tornare ad avere un senso quello “United by Music” che per ora sembra soltanto uno slogan invecchiato presto e male.

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Emanuele Lombardini

Giornalista, ternano, cittadino d'Europa