Addio a Bonnie Tyler: dalle hit degli Anni ’80 all’Eurovision nel 2013

Bonnie Tyler

Bonnie Tyler non c’è più. A 75 anni, e dopo aver lottato negli ultimi due mesi con una perforazione gastrointestinale, se n’è andata a Faro, in Portogallo, una delle voci più iconiche degli Anni ’80, che ha legato a tante storie e canzoni la propria leggenda. Il decesso è avvenuto ieri, ma ne è stata data notizia solo oggi.

Gallese, nata a Skewen l’8 giugno 1951, aveva come vero nome Gaynor Hopkins. Fu a 18 anni che fu fatta entrare in una competizione musicale locale, sotto la spinta della zia: arrivò seconda. Aveva studiato alla Rhydhir Comprehensive School di Neath, ma l’aveva lasciata per lavorare in un supermercato. Esposta fin da subito a una grande varietà di canzoni anche attraverso le tre sorelle e i due fratelli, fu costretta a cambiare nome due volte.

Bonnie Tyler: la carriera e i grandi successi

La prima di queste fu del 1969, quando divenne Sherene Davis. Sei anni dopo, notata mentre cantava al Townsman Club di Swansea da Roger Bell, la RCA le raccomandò un altro cambio. Divenne Bonnie Tyler e tale rimase. Già al secondo singolo, “Lost in France“, si fece notare (quella canzone fu nona nel Regno Unito e terza in Germania), ma esplose con “It’s a Heartache“, che vide la luce dopo un’operazione per rimuovere noduli dalle corde vocali. Arrivò in top 5 ovunque, ma per il momento la sua carriera, a parte “(The world is full of) married men“, non sembrava decollare.

Il successo arrivò, definitivamente, con “Total Eclipse of the Heart“, che su testo di Jim Steinman divenne popolare in tutto il mondo. Vendette sei milioni di copie, con tanto di curiosità annessa: il radio edit si dovette accorciare di due minuti e mezzo per poter far passare la canzone nelle radio. Il boom planetario trascinò anche l’album “Faster than the speed of the night” e diede la spinta a due ulteriori progetti dell’anno successivo: “A Rockin’ good way (to mess around and fall in love)” con Shakin’ Stevens e soprattutto “Holding out for a hero“, che con “Total Eclipse of the Heart” e “It’s a Heartache” forma la vera e propria trilogia dei grandi successi di Bonnie Tyler, incentrati sull’amore, ma trattandolo in modo non banale.

Nel 1986 fu rilasciata come singolo “If you were a woman (and I was a man)“, un vero e proprio successo minore scritto e composto da Desmond Child. A questi, però, non andava proprio giù che la canzone non avesse avuto il successo che lui riteneva meritato. Ci lavorò ancora sopra, musicalmente mantenne il ritornello, cambiò tutto il resto, la propose ai Bon Jovi e, con Jon Bon Jovi e Richie Sambora, diede vita a “You give love a bad name“. Va rimarcato, peraltro, come lo stesso ritornello sia stato ripreso più volte in ambito musicale.

Al contrario di quanti tantissimi pensano, nel 1988 non fu Tina Turner la prima a cantare “The Best“. Quel coro ormai così noto, “You’re simply the best”, a eseguirlo per prima fu proprio Bonnie Tyler, che peraltro ammirava l’artista nativa di Brownsville. La versione della gallese non sfondò, in quella di Tina Turner assunse contorni più che leggendari.

Bonnie Tyler: gli anni successivi e l’Eurovision 2013

Negli Anni ’90, dopo la separazione con la CBS e nonostante collaborazioni con nomi quali Giorgio Moroder e Nik Kershaw tra gli altri, l’artista faticò ad ottenere nuovi successi e riuscì ad avere più mercato in Austria e Germania rispetto alle sue terre, almeno all’inizio di quel decennio. Nel 2003 e 2004 riuscì a sbancare in Francia ricantando, con Kareen Antonn, quelle che divennero “Si demain… (Turn around)” e “Si tout s’arrete (It’s a Heartache)“: 1° e 12° posto rispettivamente nella classifica nazionale. Anche questo, però, non servì a ritrovare l’antica popolarità.

E fu a questo punto che la BBC pensò di chiamarla per l’Eurovision 2013,  di scena a Malmö, in Svezia. Si affidò di nuovo a Desmond Child, oltre che a Lauren Christy e a Christopher Braide. “Believe in me” era una canzone di 3 minuti e 57 secondi, accorciata di quasi un minuto per il concorso. Dove, però, la performance non fu delle migliori: anche questo spiegò il 19° posto complessivo. Nel complesso, fu un’esperienza che ricordò bene.

La sua attività non si ridusse solo agli album in quanto tali: ebbe un ruolo in numerose colonne sonore (per dire, “Holding out for a hero” lo era di Footloose), ed ebbe più volte ruoli in supergruppi di beneficienza, come il Ferry Aid che incise “Let it be” dei Beatles dopo il disastro di Zeebrugge, con quasi 200 morti. In Italia fa piacere ricordare il suo contributo a una cover di “Don’t answer me” dell’Alan Parsons Project per raccogliere fondi destinati a Bergamo, quando sulla città si era abbattuta l’onda tragica del Covid-19.

Tanti sono stati i paragoni in termini di influenza vocale: Rod Stewart, Kim Carnes, talvolta anche “la versione femminile di Meat Loaf“. E c’è anche chi l’ha accostata a Johnny Cash. Qualsiasi sia il termine di confronto, ciò che rimane è il ricordo di una voce tra la potenza, il graffio e l’eleganza che poteva colpire in tutti i modi possibili.


Photo Credits: Albin Olsson

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